Mercoledì, 27 Ottobre 2021
Sunday Morning

Opinioni

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A cura di Michele Fiscarelli

Dal processo Cucchi alla Società foggiana, intervista a Marco Travaglio: “E’ Stato la mafia”.

Dal blog Sunday Morning di Michele Fiscarelli

È Stato la mafia è un libro sulla trattativa Stato-mafia e, come lei scrive, "sulla resa ai boss delle stragi". Venerdì 14 novembre con Valentina Lodovini lo presenterà a mo' di recital nella cornice dell'aula magna della facoltà di Economia di Foggia. Presumo che la sceneggiatura subirà delle variazioni alla luce della testimonianza concessa dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, alla Corte d'assise di Palermo.
"Sì, la aggiorniamo sempre in base agli ultimi avvenimenti. Gli aggiornamenti sono il racconto di quello che è successo fino agli ultimi giorni, fino alla testimonianza di Napolitano".


Il leader del M5S, Beppe Grillo, ha ironizzato: "La mafia è stata corrotta dalla finanza, prima aveva una sua condotta morale e non scioglieva i bambini nell'acido. Non c'è differenza tra un uomo d'affari e un mafioso, fanno entrambi affari".

"Era una sua vecchia battuta! Quando faceva il comico gli veniva molto bene, adesso che fa il politico gli viene molto male. Quando vent'anni fa girava per i palasport con i suoi spettacoli diceva sempre che la mafia in origine non era neanche male, poi si era messa con la politica e si era rovinata. Adesso ha fatto la stessa battuta a proposito della finanza. Naturalmente un paradosso si può anche accettare, ma una battuta detta da un leader politico - con la faccia seria con i giornali davanti che non vedono l'ora di prendere sul serio una tua battuta per incastrarti - è meglio non farla. Hai cambiato mestiere, quindi cambia anche linguaggio. Non parlare per paradossi! Andare a Palermo a dire che un tempo la mafia aveva una morale... Certamente la vecchia mafia di Stefano Bontate era diversa dalla mafia dei Corleonesi: era più salottiera, meno incontrollabile, ma le stragi le faceva anche prima. Poi questo fatto che non toccavano i bambini è pura ipocrisia. Quando sei coinvolto in stragi come Portella della Ginestra, prendi dove prendi. Quando imbottisci di tritolo le Giuliette dell'Alfa Romeo per far esplodere i carabinieri, se ti passa un bambino lo prendi. Quando metti la bomba contro il giudice Carlo Palermo a Trapani e la bomba ammazza e ferisce una mamma con i figli non c'è nessuna differenza. Chiaramente l'unica differenza è che magari non prendevano un bambino e lo scioglievano nell'acido. Non è che, perché è arrivato qualcuno più feroce di te, allora dici che il primo non era feroce. Fare paragoni è assolutamente assurdo. Dopodiché, avendo conosciuto e assistito a vari spettacoli di Grillo comico, ho capito quello che voleva dire. Forse se i nostri colleghi facessero anche qualche sforzo in più potrebbero parlare di una battuta infelice invece di dire che lui ha teorizzato che la mafia era buona. Questo non lo ha mai né pensato né teorizzato! L'unico strumento di informazione diffuso prima della nascita del Fatto che desse voce a me che parlavo di trattativa tra lo Stato e la mafia, a Salvatore Borsellino e ad altri che si sono sempre appassionati a questo tema è stato proprio il blog di Grillo. Bisogna poi mantenere il senso delle proporzioni e sapere che chi difende quelli che hanno fatto la trattativa sono gli stessi che attaccano Grillo e che strumentalizzano le sue battute infelici. Quindi c'è una certa differenza tra fare una battuta infelice e trattare con la mafia. Ecco: Grillo ha fatto una battuta infelice; i suoi avversari hanno trattato con la mafia".


Negli ultimi giorni l'opinione pubblica ha gridato allo scandalo in seguito alla decisione della Corte d'appello di Roma di assolvere per insufficienza di prove tutti gli imputati nel processo Cucchi. La sentenza ha sollevato un vespaio di polemiche. Il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, ha però ammesso che "non è accettabile, dal punto di vista sociale e civile prima ancora che giuridico, che una persona muoia, non per cause naturali, mentre è affidata alla responsabilità degli organi dello Stato". Lei, che della cronaca giudiziaria ha fatto il suo pane quotidiano, cosa ne pensa?


"Penso che quello che ha detto il procuratore Pignatone sia un'ovvietà, una delle tante ovvietà che abbiamo sentito in questi giorni da parte di uomini delle istituzioni impotenti che devono pur dire qualcosa per passare la patata bollente a qualcun altro e farci una bella figura sui giornali. In realtà lo sappiamo tutti che chi è in custodia dello Stato non deve uscire morto ammazzato di botte o non curato dai medici. Se uno finisce a casa mia, entra vivo ed esce morto, mi arrestano. È evidente che uno Stato che non riesce a punire coloro che avevano la responsabilità non penale, ma la responsabilità istituzionale di garantire l'incolumità di Stefano Cucchi, è uno Stato fallito. Dopodiché c'è il processo che è tutt'altra cosa! Bisogna dimostrare un reato e anche dimostrare che Tizio, Caio e Sempronio hanno commesso quel reato. Cosa difficilissima soprattutto se stiamo parlando di uomini dello Stato che, particolarmente in Italia, sono usi a commettere illegalità di nascosto; poi a inquinare le prove; poi a intimidire i testimoni. In questo caso i testimoni, complici di aver visto, rispondono quantomeno di omissione di soccorso; a meno che non ci sia la confessione del colpevole. In questa vicenda è difficilissimo trovare prove schiaccianti per dire che qualcuno ha ucciso una persona innocente. Può capitare che un processo indiziario finisca con l'assoluzione. Non tutti i processi giusti finiscono con la condanna. Ci mancherebbe altro! Se lo Stato avesse già preso coloro che avevano in custodia Cucchi (i carabinieri che l'hanno arrestato, gli agenti della polizia penitenziaria, i medici, gli infermieri che hanno la responsabilità oggettiva di non aver garantito la sua incolumità), li avesse cacciati a pedate ed avesse risarcito a dovere i familiari, io credo che il fatto che il processo si sia concluso con un nulla di fatto non avrebbe fatto tutto questo scandalo. Il problema è che qua non viene cacciato nessuno per le sue responsabilità professionali. È questo che ci differenzia dagli altri Paesi, non il fatto che un processo possa finire per insufficienza di prove. Se le prove sono insufficienti è giusto che non sia condannato nessuno".

Il Sappe (sindacato autonomo polizia penitenziaria) ha querelato Ilaria Cucchi per istigazione all'odio e al sospetto nei confronti della categoria. Secondo il segretario generale, Donato Capece, la querela è stata sporta "a difesa dell'onore e del decoro della polizia penitenziaria". Stefano Cucchi probabilmente non avrà condotto una vita votata alla santità; ciononostante non trovo giustificazione al suo martirio. E, considerate le circostanze, non trovo assurdo che la famiglia Cucchi implori "verità e giustizia". A lei la querela non suona come un ossimoro?


"Io ho subito 300 querele, il 99,9 per cento delle quali erano infondate. Certo può capire anche a me di sbagliare. Le querele non devono spaventare chi ha ragione. Uno può fare tutte le querele di questo mondo, ma sarebbe come dire che il tal giornalista ha scritto una cazzata e tutta la federazione nazionale della stampa fa una querela a me perché io, dicendo che un giornalista ha scritto una cazzata, ho offeso tutta la categoria. Stiamo scherzando? La categoria degli agenti della polizia penitenziaria è stata offesa da quegli agenti che non hanno fatto il loro dovere con Stefano Cucchi. Quindi il sindacato dovrebbe prendersela con quelle poche mele marce che ci sono in quella categoria, proprio a tutela di tutte le mele sane. Prendersela con chi chiede giustizia anziché prendersela con chi ha subìto ingiustizie è un tipico malvezzo italiano".

Parliamo ora di Foggia. Il Fatto ha definito l'inchiesta sulla Società "un viaggio nella mala foggiana". Cito: "Un'organizzazione che non occupa le copertine ma che ha una storia lunga più di 35 anni, tra pizzi, autobombe, armi, incendi e stragi. E con un drammatico record: un attentato mafioso ogni 16 ore".
"Ho letto avidamente il reportage di Antonio Massari sul Fatto. Ovviamente sono orgoglioso di averlo pubblicato. È un giornalista pugliese, uno dei più bravi cronisti che ci sia in questo momento in Italia".

Il prefetto di Foggia, Luisa Latella, ha definito la criminalità organizzata foggiana "una mafia militare con connotazione di grande violenza"; ha altresì aggiunto che "conoscere questa mafia è utile per poterla combattere". Mentre il procuratore della Repubblica di Fermo, Domenico Seccia, ha dichiarato che "la mafia foggiana è la prima industria del territorio, questo è dovuto al fatto che non c'è mai stata una risposta della società civile". Quale messaggio lancerà dal palco a quanti verranno ad ascoltarla?

"Io penso che non sia giusto lanciare messaggi; i messaggi devono lanciarli le autorità. Io non lancio messaggi; io racconto la storia che deve conoscere chi non vuole più vivere in uno Stato che tratta con la mafia, che magari vuole vivere in uno Stato che non solo la combatte, ma un giorno o l'altro la sconfigge. Questa è una storia che bisogna conosce perché altrimenti si continua a farsi prendere in giro da una classe politica che da 150 anni, da prima dell'unità d'Italia, promette lotta alle mafie e poi si mette d'accordo con le mafie. Questa è la ragione per cui la lotta alle mafie non ha mai portato alla sconfitta delle mafie. Molto semplice!".

Il questore di Foggia, Piernicola Antonio Silvis, alla Commissione parlamentare per i reati contro gli amministratori pubblici ha descritto la Società come "una vera e propria associazione per delinquere di stampo mafioso ex 416-bis" e ha evidenziato che il problema è che "non se ne parla". Quale ruolo è riservato alla stampa nella lotta alla mafia?

"Quello di parlarne! Sappiamo benissimo che le mafie campano per due ragioni: i loro rapporti con il potere (politico, economico, finanziario, poliziesco, giudiziario, religioso, ecc.) e l'omertà. Omertà vuol dire obbedire in silenzio, far finta di non vedere, preferire ignorare. La cosa che fa impazzire i mafiosi è che si parli di loro in termini giusti. Credo che nessun mafioso si sia mai offeso perché sui giornali fosse dipinto come un grande stragista. Credo che Riina sia orgoglioso di essere il più grande stragista della storia di tutti i tempi, non solo in Italia. Se si racconta però che probabilmente le stragi sono state eseguite su suggerimento di pezzi dello Stato, che è stato utilizzato e infine scaricato dai suoi stessi complici, allora impazzisce perché l'idea di essere puparo ai mafiosi piace, l'idea di essere pupi ovviamente no. Loro vogliono apparire come quelli che comandano il gioco. La verità è che non comandano mai il gioco. Quando comandano è perché qualcuno li fa comandare o li utilizza per realizzare disegni altrui. L'informazione dovrebbe seguire queste vicende per raccontarle per il verso giusto. Certo, se continuiamo a raccontare i mafiosi come nelle fiction dove vanno a cavallo e sembrano Clint Eastwood nei western di Sergio Leone... sono contentissimi. Diventano eroi".

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