C'era una volta il Foggia

C'era una volta il Foggia

Beppe Signori, l'oro di Foggia diventato "bomber" alla corte di Zeman

Il 17 febbraio del 1968 nasceva uno dei più grandi giocatori della storia del calcio italiano. Nono cannoniere di sempre della serie A con 188 reti. Da Foggia cominciò la carriera di bomber

Beppe Signori

Lungi dal volersi aggregare alla schiera di nostalgici che da tempo spopolano (e speculano) sui social, in nome di un calcio – con i suoi magistrali interpreti – che non c’è più, ma qui occorre fare un’eccezione. Perché quando si parla di Beppe Signori bisogna ponderare bene le parole, per non sembrare troppo banali, e per non correre il rischio di non omaggiare e rispettare il suo incommensurabile talento come meriterebbe. E soprattutto, ogni forma di nostalgia è lecita.

Perché parliamo di un fuoriclasse assoluto, che oggi probabilmente giocherebbe titolare in un top club europeo, di uno dei dieci più grandi goleador del campionato italiano, di un sinistro incantevole abbinato a una tecnica non comune. Un campione che, come altri giocatori, deve senz’altro al Foggia una grossa riconoscenza, perché la sua storia di cannoniere implacabile parte proprio dalla Capitanata.

Chi era Beppe Signori

Quando approda a Foggia, nell’estate dell’89, Beppe è un ragazzino di 21 anni, che nelle precedenti esperienze di Leffe, Piacenza e Trento, non è mai andato oltre i 5 gol stagionali. D’altronde le caratteristiche fisiche e tecniche, almeno in apparenza, suggeriscono un impiego non troppo vicino alla porta, o comunque da suggeritore dietro un nove di sostanza. Eppure quando si presenta a Foggia il saluto che riceve da Zdenek Zeman è inequivocabile: “Benvenuto bomber”. “Bomber? Ma ho fatto 5 gol, 3 dei quali su rigore. Il bomber è Meluso, mica io. Questo è fuori”. No, non era una boutade. E quella del boemo non era pazzia, ma lungimiranza. La prima stagione in B lo conferma: 14 gol in 34 presenze, nell’anno di ‘rodaggio’ del Foggia di Zemanlandia. L’anno successivo ne segna tre in meno, ma la squadra vince il campionato e vola in serie A. Nella massima serie esordisce a 23 anni. Il destino vuole che il debutto avvenga nella ‘Scala’ del calcio, come si conviene ai predestinati. Finisce 1-1, e per nove minuti – grazie al gol del suo ‘gemello’ Baiano – i satanelli sognano di violare San Siro e battere l’Inter. Il primo sigillo arriva qualche settimana dopo, ed è un gol che racchiude un po’ l’essenza di Signori: salto a evitare il tackle di Grun, e tocco in avanti a crearsi il solco decisivo rispetto agli avversari, Taffarel dribblato, palla depositata in rete. Descrizione da leggere tutta d’un fiato, perché il gol è realizzato a velocità sostenuta. Sarà la prima di 188 perle: è il 29 settembre, un giorno che qualche anno prima diede il titolo a uno dei capolavori del duo Battisti-Mogol. Il destino. La stagione è esaltante per i rossoneri che conquistano il nono posto e una vagonata di consensi. “Juve o Milan? Meglio il Foggia”. Avete presente, sì? Le reti di Beppe saranno ancora 11, tra cui si ricorda quella ai cugini del Bari nell’indimenticabile 4-1 dello Zaccheria (sinistro preciso su assist di Rambaudi), e la rete del provvisorio 1-1 nell’assurdo 2-8 interno contro il Milan di Capello.

A quel punto la carriera di Signori può svoltare: Beppe è diventato un bomber a tutti gli effetti. Lo prende la Lazio, nell’estate in cui Casillo vende tutti i suoi campioni ingrassando le casse societarie e mettendo alla prova le qualità di Pavone e Zeman di procacciatore e valorizzatore di talenti. Le cose andranno bene a tutti. Alla prima stagione Signori timbra il cartellino 26 volte, mettendosi dietro tutti nella classifica cannonieri, da Roby Baggio ad Abel Balbo, passando per Sosa, Batistuta, fino a Papin e Van Basten. Torna allo Zaccheria nell'autunno del 1992, accolto da un’ovazione destinata ai grandi. Segnerà, ma sarà un gol innocuo, perché il Foggia vince 2-1 grazie al primo sigillo di Bryan Roy. Più doloroso il siluro da calcio di punizione che realizzerà due stagioni dopo, perché condannerà aritmeticamente il Foggia alla B. Nel frattempo il curriculum di Beppe si era arricchito di un’altra classifica cannonieri vinta (nel 93/94) e di un quarto posto (con 17 reti) nella stagione successiva. Il tris lo centrerà nel 1996 (24 gol) in coabitazione con Igor Protti. Di lì a poco ci sarebbero stati gli Europei in Inghilterra. Nessuno dei due sarebbe stato convocato.

Beppe Signori_Ansa-2

Sì, perché Beppe Signori, al pari di altri grandi campioni, non vivrà le stesse gioie con la maglia azzurra. Sarà uno degli equivoci tattici per eccellenza: lui, capocannoniere per due stagioni di fila, sacrificato all’altare delle ragioni tattiche di Arrigo Sacchi, il quale a Usa ’94, dopo la sconfitta all’esordio con l’Eire (unica gara che giocò in avanti, ndr) lo impiega sulla fascia sinistra. Pur rientrando nella batteria degli attaccanti, il posto accanto al ‘Divin Codino’ sarà sempre occupato dal fisico Casiraghi o dal più manovriero Massaro. Per vedere Beppe e Roby danzare insieme, non resta che un simpatico spot per la Diadora, con i due in frac e scarpe con i tacchetti che improvvisano un tip tap. Sul campo Signori si sacrifica, nonostante il ruolo non ne esalti le caratteristiche di bomber, e le condizioni climatiche negli States siano quasi illegali. Fino a che non dice basta. “O gioco in attacco o resto in panchina”, ma Sacchi in attacco gli preferisce un giocatore più fisico. E lui si accontenta della panchina, scelta di cui – dopo anni – si pentirà. Da lì assiste alla sfibrante e drammatica finale di ‘Pasadena’, persa ai rigori, con un Baggio quasi menomato che fallirà l'ultimo penalty azzurro. Eppure l’abbraccio con il divin Codino (“Beppe, vieni qua”), dopo avergli servito l’assist vincente del 2-1 nei quarti contro la Spagna, resta una delle istantanee più belle di quel Mondiale.

Roby Baggio e Beppe Signori-2

Le gioie calcistiche di Signori restano circoscritte alle squadre di club. La sua esperienza di bomber a Roma prosegue, tra una cessione al Parma per l’astronomica (all’epoca) cifra di 25 miliardi sventata da una rivolta dei tifosi, e tanti gol. Fino al dicembre del 1997. Sulla panchina della Lazio, dopo l’esonero di Zeman e l’interregno di Zoff, è arrivato Sven Goran Eriksson. Beppe con lo svedese non si piglia molto, e in più dalla Samp è giunto anche un certo Roberto Mancini, ad affollare il reparto offensivo che già comprende Boksic, Casiraghi e Rambaudi. Passa in comproprietà alla Sampdoria, nel tentativo di rilanciarsi e conquistare di nuovo la maglia azzurra che da tre anni ha smesso di vestire. Gli va male, anche a causa di un problema al ginocchio. Sfortuna vuole che proprio quella stagione la sua Lazio torni a vincere un trofeo (la Coppa Italia, in finale contro il Milan), e cominci il suo ciclo vincente che la vedrà conquistare due Supercoppe Italiane, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea e il double Scudetto-Coppa Italia nel 2000. Non aver sollevato alcun trofeo resta l'unico grande cruccio di una carriera caratterizzata da numeri spaventosi. Tanti buoni piazzamenti (compresi un secondo e un terzo posto) e nulla più. E all'epoca, ahilui, si andava in Champions solo vincendo il campionato.

L'esperienza di Genova si conclude subito: quando lascia la Samp Signori ha 30 anni e mezzo, e la sua carriera sembra messo la freccia verso la strada del declino. Sbagliato. Da Bologna arriva una chiamata: il capoluogo emiliano sembra la sia città giusta per rigenerare i campioni. E’ accaduto con l’amico Baggio, accadrà di nuovo. Il filo conduttore che lo lega all'amico Roberto, prosegue. E proprio Beppe Signori ne raccoglie il testimone (e il numero di maglia), vestendo la casacca rossoblu addirittura per sei stagioni, la permanenza più lunga della sua carriera, condita da 67 gol (più uno negli spareggi per la Coppa Uefa). Non male per un ultratrentenne. A 36 anni e mezzo, nel 2004 lascia la serie A, come Baggio.

Signori-Baggio_Ansa-2

Beppe Signori è stato il primo idolo dell’epoca moderna rossonera. Non fu soltanto uno degli esempi più riusciti della “cura” zemaniana che ha sempre saputo trasformare attaccanti abulici sotto porta in veri e propri bomber, fu anche “divo”. In una città di provincia che solo nei primi anni Novanta ha “corso il rischio” di vivere calcisticamente in dimensioni europee in cui molte altre provinciali, negli anni successivi, sono riuscite ad inserirsi. Beppe Signori fu l’evoluzione bergamasca e più gradevole alla vista di Nino D’Angelo (che pure piaceva alle ragazzine), antesignano del “famoso” a cui chiedere un autografo che, spesso, era l’unica cosa che si poteva immaginare di ottenere. Altro che selfie e social, al massimo lo si beccava nel piazzale dello stadio o sulla terra battuta di San Ciro. In termini assoluti Beppe Signori è il calciatore più famoso del Foggia di tutti i tempi, proporzionalmente anche quello che ha avuto più successo dopo l’esperienza triennale con i Satanelli, andando a vincere tre volte la classifica cannonieri di Serie A e giocandosi un Mondiale da titolare (fuori ruolo) a Usa94. Bandiera della Lazio e del Bologna è stato attaccante moderno, prolifico a prescindere dall’altezza e da una stazza fisica da brevilineo, non certo da panzer. Veloce, forte, preciso, implacabile, sgusciante. Fu lui, con la maglia della Lazio il 28 maggio 1995, l’ultimo calciatore ad infilare la porta rossonera allo Zaccheria in Serie A. E fu lui a decretare la retrocessione aritmetica in Serie B del Foggia del compianto Enrico Catuzzi all’esito di quella partita. Destino beffardo.

Antonello Abbattista

L’ultimo dei 188 gol in A lo realizza proprio contro la sua ex squadra, la Lazio, curiosamente col destro, e la complice deviazione di Stam. La sua carriera finirà ufficialmente in Ungheria, dopo una fugace esperienza in Grecia con la maglia dell’Iraklis. Delle fosche vicende che lo avrebbero coinvolto qualche anno dopo, non è il caso di parlare.

Così come sarebbe scontato e un po’ pleonastico indugiare sulle emozionanti prodezze del tridente rossonero, sul quale si è detto tutto. Meglio soffermarsi sul Beppe giocatore: velocità, dribbling, potenza, senso del gol, le punizioni, quella corsa con la palla incollata al piede che un po’ ricorda un altro illustre mancino argentino vincitore di 5 palloni d’oro. E i rigori, calciati senza rincorsa. Un altro tratto distintivo.

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Meglio far parlare il campo, teatro dove Signori ha recitato la sua parte migliore, collezionando magistrali interpretazioni. Beppe oggi compie 50 anni (Baggio domani ne compirà 51). Del Foggia e delle altre pugliesi, pochi giorni fa, ha detto: “La Serie A è la categoria dove dovrebbero stare le squadre pugliesi per la loro storia e per quello che hanno dato al calcio italiano in questi anni”. Auspicio condiviso da una piazza che non lo ha mai dimenticato e che spera di riabbracciarlo presto. Tanti auguri, bomber.

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