Il Parco del Gargano, un sogno diventato realtà che ha bisogno di un "nuovo piano". L'altro Pazienza: "Non sia solo dei sindaci"

Lo storico ecologista Gianfranco Eugenio Pazienza ripercorre i 25 anni di vita del Parco dall'alba della sua costituzione fino al cortocircuito con gli ambientalisti. "Bisognerebbe scrivere un nuovo piano"

Gianfranco Eugenio Pazienza e il Parco Nazionale del Gargano

"Non si può pensare di fare il Parco solo con i sindaci, la comunità del Parco sono anche i cittadini attivi". È forse qui che si infrange il grande sogno nato quasi 30 anni fa, diventato realtà il 5 giugno del 1995, che Gianfranco Eugenio Pazienza, storico ecologista, ha seguito e inseguito fin dagli albori. "Mi sono laureato a novembre del 1991, la legge 394 sui parchi è del 6 dicembre 1991 e allora ho scelto di lasciare Milano e una carriera all'interno dell'università per venire sul Gargano nell'aspettativa di questo sogno visionario del Parco, l'opportunità che il Gargano vivesse una nuova stagione, questa era l'ipotesi".

Ambientalista della prima ora, ripercorre quegli anni. All'epoca gli amministratori si scaldarono e non furono gli unici. "Si era creato uno scontro atroce. Le uniche politiche che i sindaci conoscevano erano quelle edilizie e temevano che l'istituzione del Parco li potesse privare di questo uso del territorio. Dall'altra parte c'erano gli agricoltori che temevano che il Parco li avrebbe bloccati mentre oggi scopriamo, a distanza di 25 anni dal decreto, che tutte le politiche ambientali in favore dell'agricoltura e della pesca hanno risorse enormi dal punto di vista dei finanziamenti europei, però tuttora il modo di concepire tradizionalmente, comunque in maniera arretrata, l'agricoltura e la pesca non fa vedere queste risorse che sono invece assolutamente importanti per rilanciare le produzioni, le filiere corte. I territori, le zone umide, la piccola pesca artigianale e l'agricoltura a basso impatto dalle nostre parti erano prospettive straordinarie per il nascente Parco nazionale. Tutto quello che dicevamo nel '91 fino al '95 essere importante per il Parco oggi si è tradotto in strumenti finanziari altrettanto importanti".

Non fu una passeggiata quel sogno chiamato Parco Nazionale del Gargano, concretizzato con decreto istitutivo del 5 giugno 1995. "Si rischiava che il Parco non si facesse per mille motivi - racconta Pazienza - però poi ci sono stati alcuni sindaci coraggiosi, la Provincia, la Comunità montana che hanno poi sottoscritto il perimetro, a macchia di leopardo perché sono stati accontentati i capricci dei cacciatori che adesso hanno più problemi che vantaggi, perché l'assenza di un perimetro uniforme crea problemi a chi entra e a chi esce. Quanto si è concretizzato è difficile a dirsi però in questi anni, in virtù del Parco, nasce il Carpino Folk festival, nella prospettiva di rilanciare animazione territoriale e cultura, nasce FestambienteSud, rilanciano le attività artigianali, le attività agrozootecniche di nicchia. Si è messo in moto un bel meccanismo, il problema è che il Parco come strumento sovraterritoriale dovrebbe essere capace di governare e lasciarsi contaminare da queste esperienze di economia a sviluppo locale ma per farlo bisognerebbe scrivere un piano nuovo, perché nel frattempo sono successe tante cose, sono cambiate proprio le politiche di finanziamento e di condivisione dei piani di sviluppo locale".

Facile a dirsi riscrivere un canovaccio, ma per farlo, "bisognerebbe chiudere e approvare il vecchio piano. Si pensa che la cultura ambientalista sia un ostacolo allo sviluppo, invece che essere l'anima di un Parco, si pensa che la comunità del Parco siano solo i sindaci e invece no, sono anche i cittadini attivi".

Il piano andrebbe riscritto dal basso secondo Gianfranco Eugenio Pazienza. "Adesso tutti i processi di pianificazione sono bottom up. Una pianificazione che non sappia guardare alla vita dei festival estivi, ai problemi dei caseifici, che pianificazione è? I temi dell'agricoltura, della pesca sostenibile, di come liberarci delle plastiche sono argomenti vicini alla vita della popolazione del Parco e allo sviluppo sostenibile. Quando facevamo la battaglia per l'istituzione del Parco c'erano i famosi fondi per il Piano triennale di tutela ambientale e c'erano le misure per fare i muretti a secco e la riforestazione, stiamo parlando del '91. Questi fondi, come spesso accade alla nostra regione, rischiavamo di perderli. Quei soldi e quindi quei muretti a secco sono stati fatti e si sono salvati perché c'era il Parco Nazionale".

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Un Parco nella sua vision dovrebbe essere un catalizzatore di fondi per sostenere soprattutto lo sviluppo sostenibile delle realtà e delle imprese che vivono quel territorio. Con una vena un po' polemica, sui social, ha parlato dei 'padri costituenti' del Parco, citando tra tutte tre persone che diedero vita "a quella straordinaria stagione di confronto sui temi ambientali": il presidente Filippo Fiorentino, lo scrittore giornalista Sabino Acquaviva, il presidente del Parco Matteo Fusilli, che oggi a suo dire saprebbero interloquire. "Avrebbero avuto l'ardire di dialogare sia con i sindaci che con gli ambientalisti e gli ecologisti e con l'Università. Quella dei 'padri costituenti' del Parco era un'apertura proprio su questi temi. I Parchi dovevano essere innovazione. Può darsi che ci siano anche errori da parte degli ambientalisti, ma noi in questi anni abbiamo cercato di aprire un dialogo, poi si è creata questa enorme differenza tra sindaci e ambientalisti, anche la definizione, dispregiativa, di "ambientaloidi" è brutta. A questo punto gli ambientaloidi sono quelli che usano questi termini e pensano che il Parco sia un bancomat per le feste patronali". 

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