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Martedì, 17 Maggio 2022
Attualità

Egoismo e competizione lacerano Foggia. Mons. Pelvi: "Siamo contagiati dal virus dell'individualismo"

L'arcivescovo di Foggia-Bovino, mons. Vincenzo Pelvi: "Desideriamo con tutto il cuore contribuire alla rinascita della nostra città, per un motivo semplice: la città è la nostra casa comune"

Per motivi di salute l'arcivescovo della diocesi Foggia-Bovino, mons. Vincenzo Pelvi, non ha preso parte alla celebrazione della Madonna dei Sette Veli. Tuttavia l'occasione dei festeggiamenti della santa patrona di Foggia, è stata l'occasione per rivolgersi ai foggiani, con la premessa che anessuno sfugga che mentre alcuni sperperano senza coscienza sociale, altri vivono il supplizio delle ristrettezze.

Il monito di mons. Vincenzo Pelvi

"La sfida, oggi, è tra chi preferisce la sovrabbondanza all’essenziale; il potere alla vulnerabilità; lo sperpero alla sobrietà. Domandiamoci se nella nostra città siamo liberi o schiavi, spenti, ostili, sfiduciati e stanchi. Desideriamo costruire una città più giusta e solidale, dove i poveri e i deboli, gli emarginati siano al centro del nostro agire quotidiano. Quando una città scarta i bisognosi, perde la libertà e non può dirsi più cristiana. Scegliamo la logica del “noi”, per cui un bene ha valore più grande degli interessi privati. Quando prevale il peso dell’io si distruggono le relazioni di fiducia, quell’amicizia civile che dovrebbe illuminare i legami e sviluppare una serena convivenza. Purtroppo, siamo ancora contagiati dal virus dell’individualismo, che vuole assolutizzare le nostre opinioni, rifiutando di camminare insieme agli altri. Cresce, così, l’egoismo, che è chiusura, disconoscimento dell’altro, pretesa di piegare tutti ai nostri capricci. Questo non è più il tempo per distrarci, ma per offrire più fortemente i segni della presenza e della vicinanza di Gesù, che si fa carne anche nel corpo ferito di tante donne e uomini della  nostra città.  

Gesù non annuncia l’amore come una idea astratta, il suo è un amore incarnato e credibile,  che ha il nostro volto, la nostra storia, i nostri nomi.   Come può la moltitudine degli esclusi, dei dimenticati, dei senza tetto, dei senza tutto, dei  senza nulla, credere ancora che Dio è un Padre che li ama, se noi, noi che osiamo dirci  cristiani, noi che abbiamo tutto, continuiamo a lasciare il loro piatto vuoto. Non siamo soltanto  credenti! Cerchiamo di essere credibili. Dove sono le nostre intelligenze, dove sono le nostre passioni evangeliche per la verità e la giustizia di un territorio sempre più segnato da solitudine, disuguaglianza e risentimenti,  ma ancora capace di cristiana e civile solidarietà?

L’umanità ha bisogno di essere abbracciata, e molto di più quando è ferita, sminuita, soffocata dall’esclusione, fatta a pezzi e senza sapere come ricostruirsi. In questa situazione donne e uomini eucaristici con una piccola parola detta bene, con un sorriso gentile e luminoso, possono versare sulle ferite sanguinanti consolazione e speranza. Quante volte non riusciamo ad impedire le lacrime sul volto dell’altro, ma possiamo accarezzarlo, porgendo semplicemente un fazzoletto. Con la nostra presenza semplice e fraterna, diciamo a chi è inquieto e confuso e balbetta la  propria vergogna: sono qui, non sei solo.  Impariamo a condividere la vita, la quotidianità, i percorsi importanti, a dire quello che più ci pesa o quello che più ci fa gioire. Gli altri non sono i nostri vicini, ma fratelli da ascoltare  e di cui prendere a cuore la vita, sentendoli parte di noi stessi. Si diventa esperti di accoglienza  solo se la si pratica, solo se si è capaci di fare posto a chi di nuovo arriva, facendolo sentire  importante. 

Desideriamo con tutto il cuore contribuire alla rinascita della nostra città, per un motivo semplice: la città è la nostra casa comune. È in questo spazio che noi sviluppiamo e condividiamo la nostra umanità e fraternità. Lo facciamo con entusiasmo, fiduciosi nel cambiamento che parte dal cuore e si impegna a praticare le opere di misericordia. Perché la misericordia è la perfezione della giustizia in un mondo fragile e imperfetto. Costruiamo il bene della città, con quella cultura della cura che non esclude ma si arricchisce di ogni differenza. In molti ambiti e circostanze abbiamo paura di incontrarci a tu per tu,  dialogare, ricominciando ogni giorno ad ascoltare il cuore. Ogni incontro richiede apertura, coraggio, disponibilità a lasciarsi interpellare dalla storia dell’altro senza formalismi e superficialità. 

Mi chiedo: è possibile un’altra città in questa città? Sì, se ciascuno alleggerisce il cuore dai pesi dell’egoismo e della competizione, se non dissipiamo il nostro sentire nelle false pieghe del prestigio sociale, smettendo di andare dietro ad idoli che promettono tutto, ma in cambio danno solo affanno e indifferenza, odio e violenza. Logiche perverse e permissive. Così la vita non ci cade addosso come un terremoto, ma si lascia avvertire come feconda di novità. Non lasciamoci imprigionare dal passato, ma guardiamo il presente in un altro modo, con un’altra speranza: quella di Dio"

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