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Lunedì, 16 Maggio 2022
Attualità San Paolo di Civitate

Poliziotto penitenziario foggiano diventa diacono permanente

La scelta di Michele Maurizio Mastrolitti, originario di San Paolo di Civitate ma da parecchi anni a Roncegno Terme in Trentino

Michele Maurizio Mastrolitti, l’agente di polizia penitenziaria del carcere di Trento originario di San Paolo di Civitate, da domenica sera 24 aprile diventerà diacono permanente. Sarà ordinato dall’arcivescovo Lauro Tisi nella chiesa parrocchiale Santi Pietro e Paolo di Roncegno Terme, dove vive da molti anni con la moglie Maria Eva. E’ padre di tre bambine. +

"Provo un'emozione grandissima. Il diaconato sarà per me una tappa molto significativa, anche per il lavoro all'interno del carcere, dove si provano a mettere in pratica le opere di misericordia ma sempre al buio non alla luce del sole. Confido che il diaconato mi aiuti a guardare ancora con più intensità la sofferenza per tendere sempre una mano, sperando che l'altro voglia aggrapparvisi. Lavoriamo in un ambiente molto particolare, sempre sotto i riflettori, ma quasi mai quelli giusti. Tante volte sono i detenuti stessi a ringraziarci di quello che facciamo e questo ci dà la forza per andare avanti"

Oltre all’impegnativo lavoro in carcere, Michele si è mostrato particolarmente attivo nella comunità di Roncegno fin da quando si è trasferito in Trentino, nel 2007. Gradualmente ha manifestato il desiderio di dare al proprio servizio la caratteristica di un impegno ancora più intenso e stabile, chiedendo di poter accedere al percorso di formazione al diaconato permanente. Una decisione che ha condiviso con tutta la famiglia.

Nell’annuncio dell’ordinazione, accanto all’icona di Gesù che lava i piedi ai discepoli, Mastrolitti ha scelto la frase del Vangelo di Marco: “Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire” (Mc 10,45). “Provo un’emozione grandissima”, commenta Michele Maurizio. “Il diaconato – spiega – sarà per me una tappa molto significativa, anche per il lavoro all’interno del carcere dove si prova a mettere in pratica le opere di misericordia, al buio non alla luce del sole. Confido – aggiunge l’agente pensando in particolare al proprio lavoro – che il diaconato mi aiuti a guardare ancora con più intensità la sofferenza, per tendere sempre una mano, sperando che l’altro voglia aggrapparvisi. Lavoriamo in un ambiente molto particolare, sempre sotto i riflettori, ma quasi mai quelli giusti. Tante volte sono i detenuti stessi a ringraziarci di quello che facciamo e questo ci dà la forza per andare avanti”.

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