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Lunedì, 4 Luglio 2022
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Patrizia Resta, l'ultimo semestre dell'antropologa tra i fondatori di Lettere: “Senza UniFg come sarebbe oggi la città?"

E' stata la più giovane del gruppo di pionieri della facoltà di via Arpi e sarà l'ultima a lasciare il dipartimento. Nella sua analisi pre-pensionamento, l'evoluzione del Distum e il rapporto con la città

“Ci sarò sempre per l’Università di Foggia, e la ricerca sarà un interesse presente anche nella mia prospettiva futura”. L’antropologa Patrizia Resta, al suo ultimo semestre in cattedra per Unifg prima del pensionamento, sa bene che ci sono legami ed interessi che è impossibile interrompere del tutto.

Ma, concreta e diretta come poche, ammette: “C’è un tempo per tutto e tutti, ed è ora che quei giovani che con orgoglio abbiamo selezionato e formato in questi anni assumano le direttive e siano liberi di esprimersi secondo i propri interessi di ricerca”. Insomma, fa’ un passo di lato, tenendosi pronta in caso di bisogno, consapevole che "l’antropologia resterà ben radicata a Foggia, attraverso le colleghe cresciute nel nostro Dipartimento”.

E’ apertamente orgogliosa del gruppo di lavoro creato nelle aule di via Arpi, così come della crescita dell’intero Distum, il Dipartimento di Studi Umanistici, naturale evoluzione della Facoltà di Lettere e Filosofia che, 22 anni fa, ha contribuito a far nascere e che per ultima dovrà lasciare, il prossimo 1° ottobre. Resta, infatti, è la più giovane del gruppo degli otto fondatori della Facoltà: “Non capita a tutti di vivere una avventura così grande. Non è stata una passeggiata e non sono mancati scontri né polemiche, ma tutto era finalizzato verso un unico obiettivo: costruire”.

La facoltà foggiana nacque per favorire il ‘decongestionamento’ dei mega-atenei, nel caso specifico quello di Bari. A posare simbolicamente la ‘prima pietra’ furono in 8: “Tre professori ordinari, ovvero Pinto Minerva, Marcello Marin ed il compianto Giovanni Cipriani; due professori associati - Franco De Martino e Giuliano Volpe (attualmente docente a Bari, ndr) - e tre ricercatori, Maria Rosaria Matrella, Domenico Cofano e io”. Da allora è stata una strada tutta in salita: “Il dipartimento è cresciuto in maniera enorme. Ed è cresciuto bene: ha sviluppato settori diversi, attivato filoni di ricerca importanti e fatto sorgere tanti corsi di studi”. Tra gli ultimi nati, Lingue e culture straniere e Scienze e tecniche psicologiche.

Fondamentale, però, è il rapporto stretto con la cittadinanza e il ruolo che il dipartimento, con l’intero Ateneo, ha assunto per la città: “Onestamente mi chiedo come sarebbe, cosa sarebbe, questa città, se non ci fosse stata l’Università in questi 22 anni. Foggia sta vivendo un momento particolare, questo è indubbio. Ma è anche vero che l’ateneo, ancora una volta, si mostra come elemento propositivo, di cambiamento, propulsore di iniziative che vanno dalla nascita di start-up ad attività di formazione e informazione”.

Un impegno attivo che rivendica con fermezza: “L’università è stata sempre al fianco del territorio nelle diverse fasi che ha attraversato. Per 11 anni - ricorda a mo’ di esempio - ho presieduto l’osservatorio provinciale sulle migrazioni, ben prima che la consapevolezza sul tema giungesse al grande pubblico. In questo momento, questo impegno si fa più visibile perché le istituzioni nazionali ci stanno accompagnando lungo il cammino”. Il riferimento è all’impegno assunto in materia di antimafia sociale e cultura della legalità, percorsi che vedono l’Ateneo dauno in prima linea.

Attenta studiosa delle dinamiche che sottendono le organizzazioni criminali (da 20 anni è concentrata sullo studio di fenomeni quali clientelismo e corruzione, nonché della nascita delle mafie), ha dedicato in tutti i suoi corsi uno spazio al concetto di legalità. Le basi prima di tutto. “E’ un mio impegno da sempre. E sono sicura che le mie colleghe e colleghi continueranno con tenacia questa operazione: è dalla formazione che può nascere quella consapevolezza necessaria a ridurre significativamente il fenomeno mafioso foggiano".

Un virus, aggiunge, che “quando si diffonde come comportamento è più difficile da estirpare". Non è un fenomeno che può esaurirsi da sé, ma è necessario introdurre anticorpi specifici. "Bisogna lavorare a partire dalle piccole cose: comportamenti che ci sembrano normali, su cui ognuno di noi si autoassolve, raccontano come non sempre siamo limpidi e cristallini nei confronti della norma. Al contrario, cerchiamo di aggirarla continuamente: se l’azione torna utile non la consideriamo illecita; se ci danneggia, invece, sì. L’università ha un ruolo fondamentale per smascherare questo gioco tremendo, nel quale si crea il margine di frattura tra istituzioni e popolazione in cui le organizzazioni criminali prosperano”.

La chiave del cambiamento è, quindi, nelle mani degli studenti: “Oggi sono molto più consapevoli rispetto al passato, ma ad evolversi sono state anche le organizzazioni criminali”, puntualizza. Pensando al futuro prossimo di UniFg augura a tutti “di lasciare i palmi delle mani ben aperti, accogliendo sempre e lasciando tutti liberi di trovare la propria strada (scientifica, di affermazione, di reti e relazioni). Ho fiducia, nonostante il timore che la situazione nazionale attuale possa interferire con quello che è stato lo slancio di UniFg negli ultimi 20 anni, sempre in salita nonostante le difficoltà affrontate. Costruire non è mai semplice o privo di asprezze, ma quando ti volti indietro puoi apprezzare tutto il cammino fatto. E la mia strada, qui a Foggia, è stata assolutamente gratificante”.

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