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Donne gravemente sfruttate, ricatti sessuali e molestie sul lavoro: focus a Foggia sul rapporto di 'Slaves No more'

Il volume analizza in cinque parti le condizioni di sfruttamento, ponendo il focus sui vari aspetti che le caratterizzano. Di particolare rilevanza sono la seconda e terza parte, che si concentrano sulle forme di sfruttamento nel lavoro domestico e agricolo

Cinque parti declinate in 246 pagine il cui contenuto dovrebbe, prima ancora che aprire dibattiti e accendere polemiche, sollecitare riflessioni accurate. Basterebbe, per la verità, il titolo ‘Donne gravemente sfruttate’, che dice molto, se non tutto, dell’accuratissimo e altrettanto dettagliato rapporto prodotto dalla associazione romana Slaves no more, sulla condizione di grave sfruttamento in cui versano le donne, sia in ambito lavorativo che sessuale. Un resoconto, presentato martedì pomeriggio presso la sede del Csv di Foggia, al quale hanno collaborato diversi professionisti del settore, giuriste, accademici, rappresentanti delle istituzioni e dei principali sindacati, oltre che del mondo associativo, e che vede anche la presentazione di Suor Eugenia Bonetti – missionaria della Consolata e fondatrice di Slaves No more – e la prefazione dell’ex ministra delle Pari Opportunità Anna Finocchiaro.

Il volume, dunque, analizza in cinque parti le condizioni di sfruttamento, ponendo il focus sui vari aspetti che le caratterizzano. Di particolare rilevanza sono la seconda e terza parte, che si concentrano sulle forme di sfruttamento nel lavoro domestico e agricolo. A quest'ultimo settore è collegato anche il fenomeno dello sfruttamento sessuale, al quale è dedicata la quarta parte del dossier, con due capitoli dedicati anche alla transizione di genere e le forme di emarginazione a esse connesse: “Si tratta di un argomento di cui non si parla molto, eppure le donne sono sottoposte a forme vessatorie di sfruttamento in molti settori della produzione e riproduzione sociale”, scrive Pino Gulia, presidente dell’associazione. Gulia ha spiegato anche le finalità principali del rapporto: “Far emergere le l’esigenza di coniugare il diritto a non essere sfruttate e il cambiamento in termini culturali e politici, perché continua a prevalere, soprattutto nel linguaggio comune, quando si definiscono identità, ruoli e responsabilità sociali, diritti e doveri, che riguardano le donne. Il linguaggio come veicolo culturale può forgiare le realtà se usato per cambiare un modello distorto”.

Sul piano pratico il dossier di Slave no More vuole promuovere il coinvolgimento di diversi attori, dalle università alle organizzazioni sindacali, passando per il terzo settore. Il coinvolgimento di tutti gli attori istituzionali è auspicato anche da Tatiana Esposito – Direttrice generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione presso Il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali – autrice dell’ultimo capitolo della quinta parte del dossier, quella relativa agli interventi di prevenzione, vigilanza e contrasto allo sfruttamento: “Un percorso partecipato, per costruire insieme una risposta alle sfide dell’inclusione, della promozione del lavoro dignitoso, che tenga conto degli squilibri, delle differenze e delle specificità legate al genere e sia coerente con la pluralità e le diversità dei percorsi di vita delle persone”.

Le donne in agricoltura

Francesco Carchedi, docente presso il Dipartimento di Scienze Sociali ‘Stess’ all’Università La Sapienza di Roma, tra i curatori del rapporto di Slaves No more, ha sottolineato la differenza tra sfruttamenti e sfruttamenti gravi. Nel secondo dei casi, si aggiunge la presenza di violenza psicofisica, che si palesa con il dolo, il raggiro e la violenza vera e propria. Il concetto di raggiro (o inganno) si aggancia a quello di lavoro grigio, ovvero quei casi in cui l’esistenza di un contratto regolare non garantisce le tutele e non preclude forme di sfruttamento. Come spiega Maria Grazia Giammaritaro nel rapporto, “le rilevazioni Inps riguardano rapporti “regolari” in senso debole, vale a dire le posizioni contrattualizzate e perciò note all’amministrazione, anche se irregolari dal punto di vista, ad esempio, delle ore dichiarate”. È inoltre una consuetudine la notevole distanza tra le ore di lavoro dichiarate e quelle effettive. Per quasi il 31% delle donne dipendenti le ore dichiarate sono inferiori a 50 giornate l’anno, il che impedisce loro di accedere all’indennità di disoccupazione agricola, malattia, infortunio e maternità. A questo si aggiunge anche una profonda e persistente disparità di genere nella retribuzione. Il salario per gli uomini va dai 35 ai 45 euro al giorno, per le donne, in alcune zone non si superano i 25 euro, in altre il massimo è di 35. In base ai dati Istat, nel 2019 il 32% della manodopera impegnata in agricoltura era di sesso femminile, con un aumento della forbice tra uomini e donne consolidatasi progressivamente tra il 2014 e il 2019. Tuttavia questi dati non dicono tutto: “Tale trend sembra dissimulare lo scivolamento delle lavoratrici agricole più vulnerabili verso un’area di totale irregolarità”. Non a caso, secondo alcuni studi territoriali, la presenza di donne braccianti sarebbe tre volte superiore a quella risultante dai dati Inps.

Molestie, ricatti e violenze sessuali

Sfruttamento, molestie e ricatti sessuali fanno parte della condizione in cui versano molte donne che lavorano in agricoltura. I casi sono numerosi in particolare quando lo sfruttamento è perpetrato dai caporali. Il fenomeno riguarda in larga parte soprattutto le donne straniere ed è così diffuso da essere considerato strutturale, “come se si trattasse di uno ius primae noctis contemporaneo”. Si fa riferimento a uno studio condotto su Cerignola, il quale evidenzia che nelle campagne della Capitanata, il caporale rumeno sceglie ogni giorno se destinare le donne alla raccolta nei campi o a sostenere rapporti sessuali forzati. I dati Istat riferiti all’anno 2016 parlano di 384 interruzioni volontarie di gravidanza condotte in Puglia su donne rumene, il 39% delle quali nel Foggiano, il dato più elevato in tutta la regione. Lo sfruttamento sessuale è perpetrato soprattutto ai danni delle donne che emigrano, la cui vulnerabilità le pone in una condizione di “permanente ricattabilità, che si traduce nella necessità di sottostare a condizioni deteriori di lavoro, se non a comportamenti offensivi e a molestie e/o vere e proprie violenze sessuali a opera di caporali e datori di lavoro”.

Lavoro domestico e di cura: le ‘invisibili’

Presente all’incontro anche la professoressa Madia D’Onghia, docente di Diritto del Lavoro all’Università di Foggia, la quale ha posto l'attenzione sull’emergenza in termini di domanda e offerta che accomuna i settori produttivi dell’agricoltura e dei lavori di cura. Il discorso è scivolato quasi naturalmente sull’immigrazione, essendo la manodopera degli stranieri necessaria per la tenuta dei due settori nei quali insiste una forte rappresentanza di donne ‘invisibili’. Come spiega nel rapporto Raffaella Sarti (docente di Storia Moderna e storia dei Generi alla Università Carlo Bo di Urbino) il 68,8% delle persone impiegate nel settore è rappresentato da migranti. L’invisibilità è data dalla “durezza della legislazione relativa ai flussi migratori” che contribuisce a far sì che il settore del lavoro domestico sia quello in Italia con la più alta diffusione di lavoro nero: “Se colf e ‘badanti’ registrate presso l’Inps nel 2020 erano 920mila, il totale delle impiegate e impiegati nel settore si aggirerebbe sui 2,1 milioni”. Dulcis in fundo (si fa per dire), l’emergenza pandemica ha acuito le discriminazioni come si evince dal Decreto Cura Italia del marzo 2020 che ha escluso chi svolgeva lavoro di cura. Neppure il successivo decreto Rilancio ha contribuito ad attenuare le discriminazioni. La D’Onghia ha sollevato il problema legato alle numerose irregolarità che si celano nei lavori domestici, difficilmente quantificabili data l’impossibilità di effettuare ispezioni nelle abitazioni private: “Il tema è sul tavolo di chi si occupa di queste questioni, ma il legislatore è piuttosto distratto. Quello del lavoro di cura è sempre stato un settore a deroga, perché prima riguardava pochissime famiglie, ma bisogna rendersi conto che il mondo è cambiato. Nel Pnrr c’è un richiamo a porre attenzione al lavoro di cura, ma non si fa menzione delle persone che fanno assistenza. Questa è pura miopia del legislatore”. 

Immigrazione

A più riprese il rapporto evidenzia l’alta percentuale di casi di sfruttamento riguardanti donne straniere. Non mancano dure critiche anche sull’ultimo decreto del Governo Meloni sull’immigrazione: “Si segue ancora l’approccio punitivo, ma ci hanno insegnato che il diritto penale deve intervenire sempre dopo. Il decreto insiste sugli scafisti, non risolve il problema della prevenzione sul quale il nostro ordinamento è in ritardo. La stessa norma 603 bis, che punisce il datore di lavoro o il caporale che sfrutta in presenza di una serie di indizi, non tutela a sufficienza le vittime”. Le fa eco Luca Maggio, coordinatore di Uil Foggia, che ha posto l’accento anche sulle numerose tipologie di contratto che accentuano il precariato, spesso “terreno fertile” per le irregolarità e gli sfruttamenti: “In Spagna i contratti temporanei sono limitati. Qui ci sono tanti problemi legati al precariato. L’Italia è un paese che si è fatto sfuggire tanti treni, spero non accada anche per il Pnrr, ma spesso molte amministrazioni non sono pronte a gestire i finanziamenti. Si è sempre lavorato nell’emergenza, come per il Ghetto di Rignano. Fin quando lavoreremo nell’ottica dell’emergenza non saremo in grado di dare garanzie a lungo termine”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Antonio Russo, vicepresidente nazionale delle Acli: “Ci prepariamo a un’altra stagione del pomodoro nella stessa situazione degli anni passati. Il problema dello sfruttamento nelle campagne aumenta. Non possiamo continuare ad affrontare il tema attraverso politiche sbagliate come il meccanismo delle quote”. Sulle politiche dei migranti segue la linea della D’Onghia: “Continuiamo a occuparci degli scafisti mentre continuiamo a far morire gente in mare”.

Sulle lavoratrici domestiche chiosa: “Un Paese normale farebbe investimenti straordinari, invece noi abbiamo continuato a operare delle politiche basate sul meccanismo delle quote. Sulle lavoratrici di cura andrebbero pensate delle politiche di professionalizzazione. Si tratta di lavori che in larga parte gli italiani non vogliono fare, forse sarebbe più lungimirante occuparsi di come professionalizzare queste persone e riconoscerne le competenze”.

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