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Alcuni ragazzi della cooperativa (in piedi, Pietro Fragasso)

Alcuni ragazzi della cooperativa (in piedi, Pietro Fragasso)

Pietra di scarto, l'antimafia sociale diventata 'testata d'angolo' nella 'città ribelle': "Lavoriamo per generare lavoro"

Compie 25 anni di attività la cooperativa fondata da alcuni ragazzi spinti dall'allora parroco Don Giacomo Cirulli (oggi vescovo di Teano). Da un decennio la cooperativa gestisce il laboratorio di legalità 'Francesco Marcone', sorto su un bene confiscato alla mafia

Venticinque anni sono tanti. Un quarto di secolo di lavoro e azioni di chi ha deciso di operare in una realtà difficile, come quella della Capitanata. Una sfida a se stessi e all'intera comunità. Era il 1996 quando alcuni ragazzi cerignolani che frequentavano la parrocchia di Sant'Antonio, spinti dall'allora parroco Don Giacomo Cirulli (oggi vescovo di Teano), posero le basi di quello che a oggi è uno dei più illuminati e luminosi progetti di cui la provincia di Foggia può vantarsi. Un progetto le cui finalità sono incastonate nella locuzione che ne dà il nome: la Pietra di scarto.

L'idea è quella di creare opportunità occupazionali a chi vive in contesti di fragilità. Persone in difficoltà, o "svantaggiate" come recita la legge 381 del 1991, ma è una nomenclatura che Pietro Fragasso, presidente della cooperativa, non apprezza particolarmente. Meglio parlare di persone, uomini e donne, che dalla vita hanno avuto poco e dato ancora meno, e che vogliono e meritano un'opportunità di riscatto. Quell'opportunità di trasformare la pietra di scarto in una testata d'angolo, come recita il salmo 119 della Bibbia. "È il fondamento dell'azione della cooperativa", racconta Fragasso.

In 25 anni di cose ne sono accadute, tanti i cambiamenti che si sono consumati, che hanno indotto i ragazzi della cooperativa ad ampliare i propri orizzonti, senza però mai perdere il focus principale. Cerignola, "città ribelle", legata alle lotte bracciantili, alle battaglie di Giuseppe Di Vittorio, a un desiderio di riscatto che è stato un esempio per tutta l'Italia. Ma Cerignola è anche città di mafia, dove la criminalità profilera, allunga i tentacoli su territori un tempo inesplorati, diversificando i propri interessi. Per questo l'inclusione si è allacciata al desiderio di promuovere l'antimafia sociale. Da un decennio la cooperativa gestisce il laboratorio di legalità 'Francesco Marcone', sorto su un bene confiscato alla mafia. Alla base c'è sempre il lavoro: "È lo strumento di prevenzione e di rivoluzione per le vite di chi ha vissuto situazioni un po’ complicate", spiega Fragasso. 

Che bilancio si può tracciare di questi primi 25 anni di vita?

"Sono successe tante cose, le situazioni ci hanno portato presto a collegare una azione di inclusione sociale a quella di antimafia sociale, a confrontarci con il contesto cittadino in cui viviamo. La mafia di Cerignola ha fatto un salto di qualità. Negli ultimi anni la nostra cooperativa ha acquisito un concetto di antimafia che non è soltanto mera opposizione o denuncia del fenomeno, ma qualcosa che va oltre, una visione che parte da una definizione che coniò Mauro Rostagno (giornalista ucciso da Cosa Nostra nel 1988, ndr) il quale parlava di 'Antimafia come gioia di vivere'". 

In che maniera si declina il concetto di antimafia sociale?

"Non serve essere boriosi e violenti dialetticamente nei confronti della criminalità. La mafia è una montagna di merda per definizione, non dobbiamo dimostrarlo a nessuno. Ci interessa cambiare i criteri culturali che nutrono il fenomeno, andando a mettere in campo modelli pedagogici differenti. Da dieci anni l'azione che svolgiamo su un bene confiscato (Il laboratorio 'Francesco Marcone', ndr) è un elemento decisivo, perché ci consente di interfacciarci spessissimo con mondi affini a quelli dei clan - come persone che vengono da percorsi di giustizia -, ma escludendo l'elemento pregiudiziale". 

Cioè?

"Abbracciamo una metodologia maieutica differente, basata sulla reciprocità delle persone, alla maniera di Danilo Dolci, ovvero imparare dalle persone che hai a fianco e che vengono da percorsi differenti, quasi agli antipodi, mettendo al centro il percorso che comincia quando la persona arriva da noi. Un approccio che non giudica, ma che attraverso il lavoro - che è l'elemento determinante per eccellenza per l'autodeterminazione delle persone -  diventa una forma di rivoluzione personale sia nostra sia di chi quel percorso lo comincia con noi". 

Insomma, non ci può essere inclusione se c'è pregiudizio

"Per quanto uno possa aver sbagliato nella vita, nel momento in cui quella persona ci intercetta, noi rappresentiamo l'esplicazione di un dettato costituzionale che definisce il rientro in società come elemento di civiltà. La Costituzione è il più importante testo antimafia mai scritto; definisce per chi ha sbagliato, l'opportunità di ritornare in società e trovare una società che accoglie e che non rigetta ulteriormente.

Abbiamo ristrutturato il bene realizzando un nuovo impianto di trasformazione all'interno del progetto 'Ciascuno cresce solo se sognato: una filiera equa e solidale del pomodoro', sostenuto da Fondazione con il Sud. Racconta l'inclusione che vuole farsi gestione dell'intera filiera del pomodoro in maniera simbolica, politica ed economica, coinvolgendo non soltanto la cooperativa nell'attività produttiva, ma facendo di questo posto un catalizzatore, che è quello che i beni confiscati dovrebbero sempre fare sui propri territori. Non si deve bastare a se stessi, ma interfacciarsi costantemente con il contesto cittadino in cui si opera, andando possibilmente a rompere delle dinamiche che sono ormai digerite, quasi normalizzate, come il caporalato". 

E come si può incidere su un fenomeno che è ormai normalizzato? 

"Facendo un'azione che metta al centro il bene confiscato come elemento dirompente sul territorio, andando a parlare anche con chi non parla la nostra stessa lingua. La rete di produttori che vogliamo creare non deve essere rappresentata per forza solo da chi fa agricoltura sociale. A noi interessa poter parlare con agricoltori che vogliono provare cambiare il proprio modello produttivo, riconoscendo il valore reale ed equo della materia prima e chiedendo come "moneta di scambio" il rispetto dei diritti dei lavoratori, che non è nulla di straordinario se non applicare un contratto e rispettarlo.

Quando parlo di azione catalizzatrice, intendo dire che la nostra cooperativa deve avere numerosi interlocutori sul territorio. Il cambiamento non può passare esclusivamente da noi. Anche perchè siamo lavoratori come tutti gli altri, non siamo migliori di nessuno, però abbiamo preso un impegno gestendo un bene pubblico. Dobbiamo farlo tenendo fede alla visione della legge 109 sull'equilibrio sociale e rispettando sempre la storia che il movimento antimafia ha avuto su questo paese, che è la visione profetica di Pio La Torre, il quale nel 1982 raccontava allo Stato Italiano che cosa fosse la mafia, presentando una legge sulla confisca dei beni ai clan. La confisca è un elemento decisivo per togliere consenso ai clan. Cerignola è completamente gestito dai clan. Lo scioglimento del consiglio comunale è stata soltanto la verifica empirica di quello che già molti sapevano". 

La recente relazione della Dia sulla criminalità organizzata, traccia un quadro inquietante sulla mafia cerignolana. Si parla di mafia trasversale che opera in vari settori, dal narcotraffico agli assalti ai tir. Quali sono le difficoltà che avete incontrato a parlare di antimafia sociale in un territorio nel quale il fenomeno mafioso non è in regressione, ma addirittura appare in crescita?

"Non è stato facile operare senza un interlocutore a livello istituzionale, perché ti toglie una serie di possibilità di costruire quanto detto prima. Ciò non significa che ci siamo fermati, anche perché la nostra relazione con lo Stato prosegue attraverso altri canali, come i progetti con la casa circondariale, perché crediamo che il lavoro sia l'elemento di riscatto, che si tratti di un bene confiscato o del carcere. Il lavoro è l'elemento decisivo perché dà la possibilità a chi ha vissuto la detenzione di ritornare cittadino, di acquisire competenze o sviluppare un talento. È importante capire che ogni bottiglia di passata di pomodoro che esce di qua non è solo una semplice bottiglia, né una migliore di tante altre, ma è una bottiglia costruita diversamente, in un livello di consapevolezza dell'azione che porta felicità nella vita di alcune persone. È straordinario vedere impegnati nella raccolta delle persone a cui nessuno avrebbe concesso alcun tipo di credito a livello umano. Nella mia lunga esperienza di storie del genere con un esito positivo ne ho viste tante". 

E quando invece l'esito è negativo?

"Tutti devono porsi una domanda. La responsabilità non è mai solo di chi sbaglia. Dovremmo considerare che cosa voglia dire vivere in determinate realtà, quali sono le opportunità di cui una persona dispone in partenza. Ci sono quartieri in cui non c'è nulla che possa essere funzionale alla percezione del bello come sviluppo dell'intelligenza. Tutto dipende dai percorsi culturali". 

E i modelli culturali sono fondamentali

"Esatto. Ciò non vuol dire che in Lombardia o in Friuli Venezia Giulia o in Veneto non esista la mafia, ma è la comunità a generare i modelli culturali, che non piovono dal cielo. Una comunità che non riesce a generare modelli positivi soprattutto attraverso le persone che dovrebbero gestire la cosa pubblica con una visione di sviluppo, ti porta ad avere una quantità di pregiudicati impressionante.

A Cerignola ci sono diversi quartieri difficili

"Nel Torricelli la metà degli abitanti è composta da pregiudicati, l'altra da persone che lavorano. Una sorta di Giano Bifronte. Ma potrei citare altri quartieri, come il San Samuele o il Gran Sasso, quartiere simbolo del clan Di Tommaso, o ancora tutta la Terravecchia abbandonata a se stessa. L'azione dei beni deve essere orientata a incidere su tutti i livelli, dal lavoro alla parte educativa fino a quella formativa e ricreativa". 

Quante sono le persone che avete accolto in questi 25 anni?

"Difficile quantificarlo. Posso però dire che ci sono tante persone ognuno con la sua storia particolare. Alcuni sono rimasti, come il nostro vicepresidente, che è giunto in cooperativa nel 2012, dopo un periodo di comunità, anche lui proveniente da un contesto contiguo a quello dei clan. Ora è una persona completamente diversa, per merito soprattutto suo, è un simbolo di questa cooperativa. Ciò conferma che tutto è possibile, basta non essere mossi dal pregiudizio. Si tende a pensare che i cattivi siano sempre gli stessi, la realtà ci dice che spesso i veri cattivi sono quelli in giacca e cravatta che amministrano. È difficile tagliare con un coltello e separare i buoni dai cattivi, bisognerebbe avere la capacità di relazionarsi con le persone e le loro storie. La cooperazione non è altro che decidere di condividere con le vite che incontri. Se non entri in questa ottica di pensiero, difficilmente riuscirai a offrire elementi di cambiamento alla tua vita in primis e, in secondo luogo, a quella che incontri".

Tra le vostre iniziative più recenti c'è la promozione del 'Pacco dei banditi', da cosa nasce questa singolare iniziativa di marketing?

"Nasce da una visione. Danilo Dolci è un nostro punto di riferimento, avendo noi a che fare con persone provenienti da ambiti di fragilità più variegati, non solo pregiudicati. L'idea è nata dal suo libro 'Banditi a Partinico', che racconta la prima vera azione di antimafia sociale effettuata in Italia. Lui scese a Partinico dove, secondo un articolo, si concentrava la più alta concentrazione di banditismo. Una volta arrivato, trovò anche altro: la miseria, una popolazione in ginocchio testimoniata da un bambino di 7 anni che gli muore di fame tra le braccia. Una realtà nella quale la politica si era dimenticata della classe sociale dei cosiddetti cafoni. Abbiamo, dunque, lavorato su questo elemento, sulla doppia relazione semantica esistente tra i banditi criminali e i banditi intesi come messi al bando, per dire che proponiamo questa idea di economia che parte da coloro i quali vengono messi al bando dalla società. Vogliamo raccontare una visione diversa: il punto di partenza è un bene confiscato che vuole essere testimonianza empirica di come si possa teorizzare un cambiamento".

Una iniziativa che si replicherà per il periodo pasquale

"Dato il periodo pandemico e l'impossibilità di divertirsi, abbiamo ideato una 'Pasquetta edition' del pacco, che inviti alla convivialità, sempre sicura e rispettosa delle norme anti-covid, partendo da uno dei momenti di condivisione per eccellenza. Al suo interno ci sono prodotti utili a realizzare in casa un aperitivo insieme per due persone: olive, patè, friselle, le scarcelle forniteci gratuitamente dal bar Ruocco con cui abbiamo un legame speciale". 

C'è anche una importante novità

"Sì, il vino realizzato da 'Antica Enotria' con il nostro Nero di Troia, dedicato a Francesco Marcone. Lo abbiamo chiamato 'Vino Franco'. L'etichetta è stata disegnata da Lorenzo Tomacelli, artista di Cerignola. La particolarità sta nel fatto che il nome riportato sull'etichetta, è una firma di Francesco Marcone che la sua famiglia ci ha regalato. È una gioia per me poter celebrare i 25 anni con questa novità. 

Che progetti ha la Pietra di scarto per il futuro?

In primis, far partire il succitato impianto di trasformazione. Non vediamo l'ora di sentire il rumore delle macchine che vanno. Ma abbiamo tanti progetti, uno è già pronto, ovvero un laboratorio artigianale di caramelle all'interno del carcere dal titolo 'Caramelle dagli sconosciuti' (giusto per abbattere altri stereotipi), per il quale ci darà una mano Tommaso Perrucci del Bar Roma per quanto concerne la fase formativa. Lavoriamo sempre per generare possibilità occupazionali". 

E per Cerignola e la Capitanata che futuro immagini?

"Difficile immaginarlo peggiore di adesso, tra mafia e pandemia. Spero che questa città ritorni a pensare come comunità, senza fazioni o antagonismi. Questa terra ha ancora un futuro, ma dipende tutto da noi. La nostra generazione non ha dato un grande esempio. Io ora ho 43 anni e due figli che ho "condannato" a stare qui per ora, a vivere questa terra bella, ma molto disperata. Mi auguro di riuscire a costruire insieme a tutti gli altri una comunità che sappia dare una speranza ai ragazzi, affinché non si vergognino più di parlare di Cerignola quando vanno in giro, ma che ritrovino orgoglio nel raccontare una terra che ha saputo dare tanto in termini di libertà alla nostra nazione. E spero continuerà a farlo anche in futuro". 

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