"E' guerra a Foggia", non solo bombe ma anche "la resistenza di tanti". Marcone: "Facciamo sentire il nostro battito"

"È guerra a Foggia in questi primi giorni del 2020". Il commento di Daniela Marcone, vicepresidente di Libera e figlia del direttore dell'Ufficio del Registro di Foggia assassinato nel marzo del '95

"A Foggia è stato commesso il primo omicidio dell'anno e numerosi attentati ai danni di esercizi commerciali. Ieri intorno alle 22.00 un boato, avvertito ovunque: un ordigno rudimentale ha distrutto l'auto di un amministratore di una RSSA. Per caso fortuito una famiglia non è stata coinvolta nella grave esplosione. Oggi siamo sul tg1.

Il "linguaggio" delle bombe è ormai entrato nel nostro quotidiano, c'è il rischio forte che ci si abitui. Sui social tanti foggiani scrivono del senso di impotenza diffuso.

La domanda sorge: la città dei 40.000 in piazza per il 21 marzo del 2018 è proprio questa qui? Una realtà oppressa da una guerra continua. Riflettiamoci insieme: realmente si può pensare che una terra in cui per decenni è stato permesso ad una criminalità, organizzata e non, di affondare nel tessuto economico, di determinare mutamenti sociali, di uccidere senza pietà, fosse debellata in poco più di un decennio in cui è stata sistematizzata una risposta, non dimenticando che un'attenzione nazionale dei fenomeni mafiosi del foggiano risale a 3 anni fa? Questa criminalità nasce negli anni '70 del secolo scorso. Ci ha messo tempo ed impegno a crescere, "famiglie" mafiose che si sono decimate a vicenda per spartirsi il potere ed ora non hanno alcuna intenzione di mollare la presa.
Eppure quei 40.000 che scesero in piazza in quel freddo 21 marzo ci sono, anzi ci siamo. Spetta ad ognuno non mollare. Inoltre, non dimentico la fatica di quel percorso verso quella giornata, nel coinvolgere alcune fasce sociali di questa città che sembrano imperturbabili, se non indifferenti. Non sarà questa, tra le altre, una delle cause della lentezza con cui si realizzano risposte di tipo culturale alla criminalità organizzata? Una comunità è costituita da tante componenti ed è ormai chiaro, evidente, lampante, che la controffensiva deve partire da tutti, nessuno escluso.

La presenza dello Stato si avverte, operazioni importanti ed efficaci si susseguono. I risultati ci sono e produrranno cambiamento.
Ma non basta. "Qualcuno" mi ripeteva spesso, quando ero una ragazza inconsapevole, "lo Stato siamo noi". Ecco, in questa città dobbiamo sentirci tutti Stato comunità. Altrimenti siamo destinati alla sconfitta, a vedere andar via sempre di più i nostri giovani e a sentirci noi stessi in una terra straniera e desolata.

Un'ultima cosa scrivo ai miei concittadini: raccontiamolo noi cosa sta accadendo, senza attendere che qualcuno ce lo venga a spiegare, qualcuno che non c'era quando in questa città non si poteva parlare di mafia. Proviamo a comprendere cosa ci circonda, perché questo è il gap che tristemente ci contraddistingue: non essere comunità capace di leggere con precisione ciò che accade. Che parta dalla nostra città un'analisi, un approfondimento di tipo sociologico e anche, semplicemente, una lettura che metta in fila le tante notizie pubblicate dalle testate locali. Non mancano giornalisti locali che instancabilmente aggiornano di quanto accade.

Vi incoraggio a questo perché ho già visto altrove realtà che, brancolando nel buio, sono state "raccontate" nel peggiore dei modi. Qui occorre una narrazione veritiera, delle bombe ma anche della resistenza di tanti, delle numerose realtà che provano a costruire bellezza e cambiamento, per evitare che qui non ci siano solo macerie. Spente le luci delle feste il nostro cuore è ancora qui, facciamone sentire il battito.

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