Politica foggiana divisa sulla Riforma: chi voterà sì e chi no il 4 dicembre

E' Renzi contro Emiliano. Per la Riforma Michele Bordo, Raffaele Piemontese, Angelo Riccardi, Giannicola De Leonardis e Franco Di Giuseppe. Per il no Rosa Barone, Francesco Miglio, Franco Landella, Gianluca Ruotolo e Leo Di Gioia

Renzi, Emiliano, Piemontese, Di Gioia

Si avvicina un momento storico per l’Italia che il 4 dicembre sarà chiamata ad esprimersi su un provvedimento destinato ad occupare gli annali del Paese, che ha diviso in due la Penisola e che ha calamitato su di sé gli occhi di tutto il mondo: il referendum sulla riforma costituzionale

IL NO DI MICHELE EMILIANO. "La Costituzione vigente ha autori che questa riforma non potrà mai avere". È sintetizzato in questo passaggio il NO al referendum del 4 dicembre del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, tornato ieri a Foggia per parlare ai "civici" e a numerosi sindaci di Capitanata raccoltisi a Palazzo Dogana. Un intervento appassionato, tutto politico quello del governatore che, come ha sottolineato più di qualcuno, scrive una linea di demarcazione profonda col governo centrale di Matteo Renzi al quale, in caso di vittoria del no, la Puglia comincerà a stare molto stretta. Ed hanno un bel da fare i dem di Puglia del sì a stargli dietro. Ma questo aspetto lo analizzeremo a breve. 

Accanto ad Emiliano, in una delle poche uscite pubbliche sul tema,  l'assessore regionale all'Agricoltura Leonardo Di Gioia, quindi il vicepresidente della Provincia, Rosario Cusmai, ambedue convinti della necessità che alle urne prevalga la bocciatura della nuova idea di Stato contenuta nella riforma. Soprattutto al Sud, che ne uscirebbe danneggiato. Le ragioni sono quelle che in questi giorni abbiamo sentito sciorinare a destra e a manca. E, per quanto in questo battage di informazioni è davvero difficile non aver maturato una propria opinione personale sul merito del testo, sarà proprio l'ampia fetta di indecisi, secondo alcuni analisti, a fare da ago della bilancia. Secondo altri, invece, lo sarà il Mezzogiorno, più restìo a dare fiducia al premier.

IL SI’ DI MATTEO RENZI. Il capo del governo Matteo Renzi sta giocando tutte le carte possibili. "In ballo - ripete- non ci sono io ma il futuro dei nostri figli". E ancora: "la scelta è tra ora o mai più" ha tentato di spiegare a chiare lettere al Teatro Umberto Giordano, due domeniche fa, nel suo tour tra i capoluoghi meridionali.

Intanto arrivano endorsement importanti prima del silenzio elettorale che scatterà alla mezzanotte di oggi. Su tutti, per "portare a casa la sinistra", quello di Romani Prodi, fondatore dell'Ulivo: "Anche se le riforme proposte non hanno certo la profondità e la chiarezza necessarie - ha dichiarato 48 ore fa l'ex presidente del consiglio alla stampa- per la mia storia personale e le possibili conseguenze sull'esterno, sento di dovere rendere pubblico il mio sì, nella speranza che questo giovi al rafforzamento della nostre regole democratiche soprattutto attraverso la riforma della legge elettorale". 

Dopo aver incamerato Cuperlo, Renzi ringrazia anche Prodi. Ed il suo è il ragionamento che provano a fare in tanti in queste ore nel partito. Vedasi il pugliese Francesco Boccia, reduce dall'aspra polemica sull'emendamento che avrebbe dovuto destinare 50milioni di euro a Taranto, e la cui posizione è riassunta nel titolo campeggiante sulla gazzetta del Mezzogiorno qualche giorno fa: Non è la mia riforma ma voto sì. Per spirito di partito. Che non prevale, invece, su Bersani, rimasto uno dei pochi ex leader abbarbicato sul fronte del No: "Non lascio il campo alla destra". Anche se, chi si intesterà l'eventuale vittoria del No alla fine è dato tutto da verificare. Per il giornalista Michele Serra sarà difficile per la sinistra non essere fagocitata dalla destra e dal movimento 5 stelle,scriveva qualche giorno fa su "L'Amaca". E come dargli torto a vedere il campo, agguerrito ed affollato, del No.

SI E NO IN PROVINCIA DI FOGGIA. Ma analizziamo il dato locale. Cosa succede in Provincia di Foggia? La situazione non si discosta di molto dai posizionamenti nazionali, anche se il partito di governo, il Pd, vive in Puglia la sua condizione forse più difficile, stretto come è tra il Si del segretario nazionale e il No del presidente regionale. Accasarsi da una parte o dall'altra è scrivere da che parte si sta, facendo inevitabilmente torto a qualcuno (e pagandola, si sussurra, al prossimo congresso). Fino a qualche tempo fa era concesso loro di non esporsi più di tanto. Poi, tanto il premier quanto il governatore hanno chiesto impegno. Ed è emersa la spaccatura. Che racconta, però, che l'80% del partito (cifra assolutamente approssimativa) è con Renzi.

Lo sono, per citare chi riveste ruolo più importanti a livello politico-istituzionale, l'assessore regionale e segretario provinciale uscente Raffaele Piemontese, l'europarlamentare Elena Gentile, i parlamentari Michele Bordo e Colomba Mongiello, alcuni sindaci (la gran parte sembra essersi posizionata sul campo avverso) come Angelo Riccardi a Manfredonia, Raimondo Giallella a Pietramontecorvino, Leonardo Cavalieri a Troia, il consigliere regionale Paolo Campo, i segretari cittadini del partito (a partire dal capoluogo con Mariano Rauseo), la gran parte dei dirigenti provinciali (Lia Azzarone, Lorenzo Frattarolo, Rosa Cicolella, Tommaso Pasqua), il segretario regionale dei GD Francesco Di Noia, i gruppi consiliari. 

Chi fa notizia, qui, è colui che si è schierato per il no. E si tratta sostanzialmente di poche voci: il dirigente Gianluca Ruotolo, reduce dall'ottima performance con il parlamentare lucano Roberto Speranza, il consigliere provinciale Pasquale Russo, la presidente dell'Asp Zaccagnino Patrizia Lusi, Enzo Quaranta da Torremaggiore. Ma molti altri lavorerebbero sotto traccia. Il timore di esporsi e di fare i conti col dopo è tanto, per quanto non sia un atteggiamento politicamente nobile e corretto. Ma tant'è. No convinto anche dalla sinistra ex vendoliana e dai socialisti di Pino Lonigro.

Spaccature, peraltro, vive anche il centrodestra. Forza Italia, in particolare. Il partito guidato da Raffaele Di Mauro è dichiaratamente posizionato sul No. Ma il primo a non crederci pare essere proprio il padre nobile degli azzurri, Silvio Berlusconi, laddove rivela che le sue aziende voteranno sì per paura di ritorsioni politiche. Di certo non un bel ragionamento, che alimenta l'ordine sparso con cui ci si muove anche in quest'area.

Un pullman con una cinquantina di azzurri ha partecipato nelle settimane scorse all'iniziativa per il Sì di Francesco Amoruso e Marcello Pera a Bari. Da Foggia il consigliere comunale Pasquale Rignanese. E sì arriva anche dal Nuovo Centrodestra di Franco Di Giuseppe e Giannicola De Leonardis, anche qui per "spirito di partito" pare.  Perché è profondo il dilemma interiore che vive il partito di Alfano a livello territoriale. Così come è profondo quello dei consiglieri regionali tutti. Pochi, pochissimi fanno campagna elettorale per il Sì. E d'altronde come dargli torto se è vero che la riforma rivedrebbe, al ribasso, le funzioni e la capacità decisoria delle regioni. Sarebbe come chiedere al tacchino se è contento del Natale. 

Più facile dire no. Così come stanno facendo in queste ore l'Udc, i fittiani, i Fratelli d'Italia, le civiche di marca centrodestra e il centrodestra, tutto. No senza distinzioni di sorta dal Movimento 5 stelle. No dalla gran parte dei sindaci: da quello del capoluogo Franco Landella e dal suo predecessore Gianni Mongelli, ai primi cittadini di Lucera, Antonio Tutolo, Cerignola, Franco Metta, dal sindaco di San Severo e presidente della Provincia Francesco Miglio. No dai piccoli comuni rappresentati ieri a Palazzo Dogana dal sindaco di Biccari, Gianfilippo Mignogna. Nessuna indicazione di voto dai Radicali, prontamente critici con la riforma del Governo.

COSA FA LA CLASSE DIRIGENTE FOGGIANA. Ma non c'è solo la politica. La riforma ha spaccato l'Italia in due. E, di conseguenza, la sua classe dirigente, a tutti i livelli e settori. È per il Sì il presidente degli industriali Gianni Rotice, seduto in prima fila in occasione della visita di Matteo Renzi, il presidente della Camera di Commercio Fabio Porreca ("rischiamo di sprecare una grande occasione" ha scritto proprio ieri sulla sua pagina Facebook), il presidente di Confcommercio Damiano Gelsomino.  Diviso il mondo agricolo con il sì della Coldiretti guidata da Giuseppe De Filippo, il No di Confagricoltura e di Copagri, rispettivamente guidate da Onofrio Giuliano e Luigi Inneo, e la spaccatura a metà della CIA che, su base nazionale ha espresso endorsement al governo, su base territoriale ha lasciato libertà di voto ai suoi iscritti.

Timori, dilemmi, spirito governativo: i corpi intermedi sono forse quelli che hanno deciso di esporsi di meno. Prendiamo i sindacati confederali, critici sulla gran parte dei provvedimenti del Governo. Sul tema in questione non si espongono più di tanto .Non partecipa ad alcun comitato per il No, pur essendo si schierata da questa parte del guado, la Cgil che, anche qui, a prescindere dalla posizione nazionale, pare aver lasciato una sorta di libertà di voto sul territorio agli iscritti. Mani libere anche dalla Cisl: "Una riforma è utile è necessaria. Questo è un passo timido ma è un passo" dichiara Giulio Colecchia, dirigente nazionale del patronato. "Noi ci limitiamo ad una attività di informazione. I nostri iscritti voteranno secondo coscienza. Personalmente – aggiunge - voterò sì". Libertà di voto anche dalla Uil.

E tuttavia non sono gli unici. Che la gran parte ufficializzerà il suo voto solo nell'urna è dato acclarato a guardare la mancata esposizione di numerosi enti territoriali, a partire dalla Università di Foggia (alla quale tra le altre cose sarebbe stato esplicitamente vietato dal Miur finanche di ospitare dibattiti sulla Riforma). Si partecipa agli incontri per lo più a titolo personale. Ieri a Palazzo Dogana c'era il direttore amministrativo degli Ospedali Riuniti, il professor Ciro Mundi, l'imprenditore della sanità privata Paolo Telesforo.

FINO A MEZZANOTTE. Si sparano gli ultimi colpi, oggi. A mezzanotte calerà il silenzio. Se l'Italia dirà sì ad un cambiamento storico o preferirà la conservazione si capirà solo ad urne chiuse. E si comprenderà anche il dopo. Per il governo ed i partiti. Per la Puglia. Per Emiliano. E per la rappresentanza politica, che Roma oggi osserva attentamente in tutti i suoi movimenti. 

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