Bufera sul foggiano Scalfarotto, va in carcere dagli americani del carabiniere ucciso e viene travolto dalla shitstorm: "Devi morire!"

E' foggiano il politico del giorno (o la vittima del giorno). Dopo la visita a Regina Coeli agli americani accusati dell'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, Scalfarotto travolto dagli insulti. Lui rivendica la sua scelta

Ivan Scalfarotto al suo arrivo alla cena organizzata da Matteo Renzi con parlamentari del Partito democratico e alcuni componenti della direzione, Roma, 26 luglio 2018. ANSA/CLAUDIO PERI

“Devi morire”. “Non meriti di essere schiacciato neanche con il tacco di uno stivale chiodato”. “Figlio di una gran bastarda”. “Voglio vedere se accoltellano uno della tua famiglia”. “Devi solo vergognarti, idiota”. “Miserabile parassita”. Soprassedendo su epiteti che non staremo certamente qui a ripetere (perché irripetibili), è questo un sintetico ma esaustivo quadro della valanga di insulti piovuti sulla bacheca del parlamentare dem reo di aver fatto una visita ispettiva in carcere ai due americani accusati dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. E’ il foggiano Ivan Scalfarotto il “politico del giorno” (o “la vittima del giorno”), ritrovatosi nella tempesta degli haters, nel mirino di Salvini e attaccato dai suoi stessi compagni di partito (che, quando si tratta di farsi male al suo interno, è sempre in prima linea). "In carcere, sono venuto a trovare la Repubblica italiana – si difende il dem foggiano-. Anche di fronte al crimine più efferato, nessun detenuto deve essere sottoposto a trattamenti inumani o degradanti".

Le sue ragioni le riporta in un lungo post su Facebook a cui allega alcuni screen della shitstorm di cui è vittima in queste ore, rivendicando la scelta compiuta: “Da quando ieri sera il Ministro dell’interno ha rilanciato il mio post su Facebook, in pochissime ore più di 340 mila persone lo hanno letto e sono raggiunto da messaggi il cui tenore si può facilmente immaginare e di cui vedete qui sotto qualche esempio. Devo dire al Ministro e ai suoi comunicatori che la politica dell’intimidazione non funziona con tutti e che, per quanto mi riguarda, fatta una scelta sono disponibile a discuterla nel merito, anche a cambiare idea, ma certo non a rinnegarla per paura di attacchi organizzati di questo tipo”.

“Detto questo – aggiunge-, ritorno volentieri su quanto riportava “La Stampa” di ieri sulla mia ispezione (non “visita”: ispezione) a Regina Coeli. Un’ispezione uguale a quella che ogni parlamentare ha diritto, e secondo me dovere, di compiere in tutte le carceri italiane, anche senza preavviso, perché è previsto dalle nostre leggi che i rappresentanti del popolo verifichino le condizioni in cui lo Stato tratta anche i criminali più efferati.

La differenza tra la barbarie e la civiltà sta infatti in un principio che risale al 1200. Si chiama “habeas corpus” e indica che nessuna persona che si trova nella custodia dello Stato può essere punita in alcun modo se non in forza di un giudizio legale. È un principio che in Italia abbiamo custodito gelosamente ed che è profondamente parte della nostra cultura: “Siamo il Paese di Cesare Beccaria”, sentiamo spesso dire”.

Quindi, l’affondo al Ministro e alla Lega: “È un principio che in questi mesi la maggioranza di governo ha indebolito inesorabilmente: promuovendo con grande successo l’idea che esseri umani possano essere lasciati a rischio di annegare in mare senza soccorso o siano abbandonati per settimane a bruciare al sole sul ponte di una nave. O rilanciando e plaudendo via Twitter a una foto certo non all’altezza del nostro paese: quella di un prigioniero, accusato di un gravissimo crimine, ammanettato e bendato. Una foto che purtroppo ha fatto il giro del mondo. Sono state le forze dell’ordine, non Salvini, a stigmatizzare quella foto. E un certo establishment, prontissimo a riposizionarsi, non è stato purtroppo da meno della politica: abbiamo letto di giornalisti che auspicavano la pena di morte e di personalità che avrebbero considerato adeguati all’occasione lunghi pestaggi nei commissariati.

Come la rana nella pentola di acqua calda, stiamo accettando che tutto questo diventi accettabile, parte della cultura popolare dominante, senza pensare che si tratta di un affievolimento progressivo e letale dei nostri principi democratici che va fermato subito, ora, prima che sia troppo tardi”.

È la mia posizione personale. Non la posizione del Partito Democratico o del gruppo PD alla Camera, lo voglio dire con chiarezza, anche se auspico che la mia comunità voglia restare presidio inossidabile e saldissimo di questi valori, senza cedimenti, anche in questi tempi così bui e complicati” continuano il foggiano, rimproverando il suo partito e mettendolo in guardia: “Che la salvaguardia dello Stato di diritto non sia mai, mai, messa in secondo piano per motivi di opportunità politica: farei fatica a raccapezzarmi. E dunque sono andato a Regina Coeli non per “visitare” qualcuno, ma per verificare che la Repubblica Italiana sia ancora quella che sta scritta nella Costituzione. La mia non è stata in nessun senso una “visita”, il mio è stato un gesto politico”.

Infine, un pensiero alla vedova Cerciello Rega: “Molti mi hanno chiesto se sono andato a trovare la vedova di Mario Cerciello Rega. La risposta è che no, non l’ho fatto, per discrezione e rispetto. Perché non penso che tutti i politici di ogni ordine e grado debbano sempre dire una parola su tutto o imporre la propria presenza in ogni caso - il più delle volte un silenzio composto è più rispettoso e vero di mille parole di circostanza. Certo non perché non vorrei poter portar loro la mia solidarietà, la mia costernazione e la mia profonda gratitudine per il servizio che Mario ha reso al Paese. Ma posso assicurare che se mi sarà data l’opportunità di farlo, quella sarà l’unica “visita”, commossa e sentita, per la quale in questa tristissima occasione si potrà mai usare questo nome”.

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