Punto Primo: ecco perché ha vinto Franco Landella

L'editoriale del direttore responsabile Massimiliano Nardella all'indomani della vittoria al ballottaggio di Franco Landella e della sconfitta di Pippo Cavaliere

Nelle more di smaltire la sconfitta, nel centrosinistra è il giorno delle riflessioni post ballottaggio sul perché ad esempio migliaia di foggiani abbiano preferito ridare fiducia a Franco Landella, nonostante in tanti - finanche tra i suoi fedelissimi - lo avessero dato per spacciato anzitempo. 

E allora, cerchiamo di capire cosa il centrosinistra avrebbe dovuto fare nei cinque mesi intercorsi dai fischi piovuti a Natale da piazza Cavour all'indirizzo del sindaco (ve li ricordate?) alla domenica del ballottaggio che ha riscritto la storia personale di Franco Landella.

Ancor prima bisognerebbe fare un passo indietro e chiedersi quali strategie il PD e il centrosinistra abbiano messo in campo dal 2014 al 2019 per arrivare preparati all'appuntamento decisivo del 26 maggio (e del 9 giugno). Ma questa è un'altra storia.

Il primo dato che è emerge è il tentativo non riuscito - o mal riuscito - di accorciare le distanze con certa parte della città, quella che invece ha permesso al rieletto primo cittadino di mantenere la guida di Foggia. 

Ne è la dimostrazione il fatto che più della metà della popolazione non si sia espressa sulla proposta di cambiamento e discontinuità avanzata dal centrosinistra rispetto al primo governo Landella. Ne è la controprova la fiducia riposta nel sindaco "delle buche" e dell'esercizio "padronale di Palazzo di Città" (questa le accuse che gli hanno rivolto gli avversari).

A onor del vero, va riconosciuto che la sconfitta è anche un po' figlia del momento politico, con la Lega che fa incetta di voti e apprezzamenti un po' ovunque. E lo è dell'abilità del sindaco di riconquistare la fiducia della gente, anche di quella che a un certo punto sembrava lo avesse definitivamente scaricato; della capacità di ricompattare il centrodestra e di convincere gli uomini e le donne della coalizione a spendersi per la sua riconferma a Palazzo di Città; dell'esperienza maturata in cinque anni di governo e messa in campo nel racconto della Foggia che era stata e sarà, nel bene o nel male; dell'astuzia nell'attribuire proprie responsabilità a un passato rispetto al quale Landella d'ora in poi non potrà più aggrapparsi per giustificare mancanze e inadempienze.

Quindi, da una parte ci sono i meriti, evidenti, del sindaco e del suo entourage, ma nell'economia del risultato finale non possono sfuggire i demeriti di un avversario presentato alla città in forte ritardo (mentre il centrodestra nel frattempo si ricompattava e pregustava la vittoria dopo il successo in termini di partecipazione delle primarie), di una coalizione un tantino troppo "extralarge" (Tarquinio, Cataneo, Russo, Verile, Grilli, Lambresa, in aggiunta Mainiero e Pertosa) e di un candidato sindaco - sì riconosciuto ed elegante nei modi e nei toni - ma poco muscolare rispetto a una piazza che ha chiuso la contesa con "chi non salta un barese è". 

Il che evidenzia anche la capacità del centrodestra di trovare la formula per ribaltare quello stato di contrarietà che serpeggiava fino a qualche mese prima tra i vicoli di Foggia e di spostare il tiro e le responsabilità su Emiliano e su Bari, su Ciliberti e Mongelli. Stesso ritornello di cinque anni fa.

Va però precisato che non è degno di una città capoluogo che ambisce a diventare più europea, l'aver trasformato una competizione elettorale in una battaglia contro qualcosa o qualcuno, spostando il confronto sull'odio e sulle rivalità dalle quali una politca di un certo spessore dovrebbe mantenere le distanze, sempre e comunque. Si dirà, nel caso dei landelliani, che saltellare contro Bari è servito anche a vincere. 

Meglio non ha fatto l'avversario di turno, che ha commesso il doppio errore di non essersi smarcato da questa contesa ma di averla preferita alla narrazione del progetto per la città. Il sentimento anti-Landella - che ha tenuto uniti un po' tutti - ha prevalso sull'esposizione dei programmi e delle idee. Ed è così che la partita si è giocata sullo scontro, a vantaggio però di chi il ring lo conosce bene e sa come muoversi per schivare colpi e contraccambiarli. 

E infatti, nell'uno contro uno, il sindaco è apparso più frizzante, rapido ed efficace del suo avversario. Ha saputo, a modo suo, difendersi dal fuoco nemico, passando in più di un'occasione al contrattacco e riuscendo finanche a smontare tesi e accuse. Ne è l'esempio il caso che ha riguardato anche il candidato della lista 'Senso Civico' a sostegno di Cavaliere, destinatario del bando 'Sportelli Sociali' e di come Franco Landella sia riuscito a far passare il messaggio che quell'affidamento avesse lo stesso peso degli altri, ben più gravi.

Dall'altra parte il centrodestra vincente, mai così compatto come in questa occasione, è stato abile a rimarcare le contraddizioni della coalizione alternativa alla sua: dalla scelta di Leo Di Gioia di candidarsi con Pippo Cavaliere ma di appoggiare contemporaneamente il leghista Massimo Casanova alle Europee, al sostegno di Mainiero e Pertosa, distanti anni luce dalle idee del Partito Democratico e dalla Sinistra. Eppure il 7 giugno erano lì su quel palco, al fianco di Michele Emiliano, contro qualcuno e non per qualcosa.

Dovranno, i vinti, riflettere anche sullo slogan e sulla serie quasi infinita di 'Punto Primo', e comprendere le difficoltà dei cittadini a leggerne la mission, progetti e argomenti (che ad essere buoni sono stati i grandi assenti della coalizione di Pippo Cavaliere).

Sarebbe bastato racchiudere l'ottima intuizione in un 'Punto Primo Foggia' con un pollice stilizzato. La scelta di far passare tutto come una priorità, complice anche quel curioso 'Punto primo circolari',  non ha pagato a tal punto da rivelarsi il quid in più del candidato. 

Non si è rivelato efficace nemmeno il tentativo - ammesso che ci sia stato - di tirar fuori dai quartieri e dai palazzi delle periferie quel desiderio di discontinuità che molti cittadini avrebbero gradito ma che in tantissimi non hanno manifestato, astenendosi dal secondo turno di ballottaggio. 

"La rivoluzione del voto" chiesta da Cavaliere meritava ben altro progetto, di rottura con il passato, di cambiamento....ma così non è stato.

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