A Foggia la mostra personale di Renato Guttuso

Giuseppe Benvenuto, nello spazio espositivo della Sala Azimut Investimenti a Foggia, presenta una ricca rassegna dedicata al Maestro di Bagheria. La mostra, in programma dal 5 dicembre 2019 al 8 gennaio 2020, rivisiterà la storia di Guttuso e, attraverso il suo sguardo, i cambiamenti della società italiana, della quale è stato interprete e poeta. Opere scelte, circa trenta lavori, fra cui pezzi rari e preziosi, per meglio conoscere le diverse fasi della sua ricerca e la ricchezza tematica della sua pittura. In mostra, dipinti ad olio su tela, chine, tecniche miste e matite di ogni decennio e di ogni soggetto caro all’artista: intense nature morte, figure, luoghi quotidiani e moderne scene di genere. Ampio spazio sarà dedicato non solo a studi preparatori, ma anche ad opere finite, parte di un preciso percorso di studio ed approfondimento. Buona parte della mostra sarà incentrata su una dimensione privata e intimista di Guttuso. Saranno presenti chicche e perle curiose: rarissime chine raffiguranti la moglie ritratta dall'Artista durante i loro viaggi privati e non mancheranno chiaramente i famosi nudi dedicati a Marta. Per finire, opere della serie originale " LA CROCIFISSIONE" dalla quale è stata realizzata l'opera MUSEALE ed una selezione di chine e disegni su carta, per analizzare i diversi approcci di Guttuso alla figura. Tra le opere ad olio risalta una splendida opera dedicata all'eruzione dell'Etna pubblicata sul catalogo FONDAZIONE PIRELLI ed un suo autoritratto. L’esposizione, che sarà inaugurata giovedì 5 dicembre alle ore 18,00, alla presenza del Sindaco di Foggia – Dott. Franco Landella, dell’assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Foggia – Avv. Claudia Lioia, dell’assessore alle Attività Economiche del Comune di Foggia – Dott. Claudio Amorese, dei critici Avv. Gianfranco Terzo e Prof. Giuseppe Marrone, sarà visitabile fino al 8 gennaio 2020 dal lunedì al venerdì con orario 08.00-13.00 / 16,00 – 18,00. Ancora un grande progetto artistico firmato Giuseppe Benvenuto.

“Renato Guttuso è un artista in aperto confronto con l’epoca in cui visse e rimane impossibile poter cercare di limitare la potenzialità critica in una griglia che non tenga conto della complessità di un uomo che di questo confronto nutre il proprio senso morale esistenziale. La vita e la produzione artistica assieme alle visioni ideologiche sono un tutt’uno che si apre sul piano formale di contrasti necessari a fissare l’estensione della sua dimensione estetica.
Un sincero cosmopolitismo attraversa un inquieto Guttuso che del ricordo dell’infanzia del mondo siciliano costruisce un’epica contadina accanto alla cittadinanza del mondo che nei temi come nella forma non abbandonerà mai la sua ricerca costruendo una tensione nell’intendimento dell’arte oltre che del mondo in toto.
Questo sentimento dell’esistenza così radicato, questa riflessione sulla storicità personale e collettiva dei fatti di un secolo complesso, il ‘900, porta Guttuso a sperimentare un disagio verso il clima culturale dominante e a cercare contro le retoriche fasciste e non un gusto per la marcazione realista resa, però, metafora iconica. Semplicità formale e complessità semantica metaforicizzante permeano spazi aprospettici in cui gli oggetti vivono una vita di senso nel loro ordine formale costituendo un vero e proprio manifesto politico. La politica, che dal 1940 lo vede impegnato nel partito comunista dopo l’entrata in guerra dell’Italia, influenzerà i temi, ma non la forma della sua ricerca.
Guttuso sposa inizialmente un fauvismo coloratissimo, piano ed espressivo che ricorda Van Gogh e Sautine per, siamo alla fine anni ’30, scegliere una dimensione spaziale più costruita, un colore “sonoro” e una disposizione complessa dove i piani si intrecciano a costruire “rifrazioni prismatiche” immerse in una prospettiva non tradizionale. Una ricerca che si concede comunque all’influsso di Gèricault, David e Goya nella ferma convinzione di opposizione al formalismo contemporaneo, affaire per cui anche il cubismo, lezione importantissima nella formazione di Guttuso, mantiene l’immagine realistica delle cose che restano se stesse per significare il loro essere gettate nel disordine del mondo portando ad estraneazione, in ultimo, il mondo degli oggetti che svolge una funzione metaforica in uno spazio fenomenico, la risposta iconica ad una realtà terribile fatta di guerre e violenze. Interessantissima la “saldezza arcaica” che italicamente permea Guttuso nell’ordine complessivo dell’opera che sembra parlare la lingua di un Paolo Uccello o di Piero della Francesca.

Nel secondo dopoguerra, memore della propria giovinezza siciliana che possiede l’immagine mnestica dei carretti dipinti, e tenendo presente il proprio impegno politico, aderisce alla definizione di arte dell’Internazionale comunista del ’48 che dichiara stile della rivoluzione il realismo socialista che pure non annienta l’inquietudine della ricerca che si muove tra astrattismo e realismo.
Così, assolutamente inquieta, è la relazione tra la struttura spaziale piana e lo spazio naturale prospettico, tra costruzione grafica e vita autonoma del colore. Esempio è il ciclo dei ricordi (dal 1965) intrecciati e relati nel procedimento figurativo del collage cubista a testimonianza di questa tensione al superamento del realismo descrittivo verso un’astrazione che costruisce lo spazio fenomenico in modo cubista: importantissimo il rapporto con Picasso.
Guttuso, che chiama le proprie metafore iconiche “l’allegorico”, incede così tra la sostanza degli oggetti del mondo realisticamente consegnati all’arte e una semantica complessa non immediatamente descrittiva che cede alla composizione di uno spazio astratto e aprospettico fino alle allegorie vagamente surreali della fine anni ’70 inizio ’80.”

 

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