Foggia senza medici, grave la situazione negli ospedali: si tenta all'estero e tra dottori in pensione

A fare da apripista sui medici in quiescenza è il Molise. La soluzione tampone è al vaglio anche dell'unità di crisi dell'Asl di Foggia. Piazzolla sconsolato: "Abbiamo sbagliato tutto"

“Anche questa è una soluzione all’attenzione dell’unità di crisi insediata presso l’Asl, che sta verificando tutte le possibili strade per tamponare questa grave emergenza”. Così Vito Piazzolla, direttore generale dell’Asl di Foggia, conferma a Foggiatoday l’ipotesi che va emergendo: richiamo in servizio su base volontaria dei medici in quiescenza. Specialisti in pensione che tornano a indossare il camice, insomma. A fare da apripista è stato il Molise, seguito dal Veneto e dal Friuli. E lo stesso potrebbe succedere in Umbria, Piemonte e in altre regioni, Puglia e Asl di Foggia comprese. 

Bisogna verificare i limiti della legge Madia sulle pubbliche amministrazioni. Ma, stando alle dichiarazioni del direttore Piazzolla, si dovrebbe poter procedere. Anche perché altri istituti, vedi Casa Sollievo, lo fanno già.  Uno strumento tampone, ovviamente, secondo il direttore dell’Asl foggiana, che non risolverebbe il problema della carenza generale di specialisti che sta vivendo la sanità italiana, e la Puglia in particolare, il cui turn over è rimasto al palo negli ultimi anni causa spending review e piano di rientro. “Noi la crisi la stiamo sentendo più degli altri, il non aver potuto procedere con assunzioni ha provocato la fuga altrove di quei pochi specialisti che avevamo: ed oggi chi torna? Nessuno” si sfoga Piazzolla, che punta il dito contro la programmazione degli ultimi dieci anni almeno: “Abbiamo sbagliato tutto, lo vado denunciando da tempo. Il problema – dichiara- non è il numero chiuso delle facoltà- ma l’errata programmazione in termini di specializzazioni. Noi i nuovi medici ce li abbiamo, in lizza ve ne sono circa 3mila. Mancano medici specializzati”.

All’appello nel sistema sanitario pubblico di Capitanata mancano qualcosa come 110 figure specializzate. A voler ragionare in difetto. Gravissima la carenza di anestesisti, seguita da ortopedici, psichiatri e pediatri. Tant’è che nei giorni scorsi si era diffusa la soluzione “Romania”. “Una provocazione – ammette il direttore generale-, nata dall’interlocuzione sui network di settore. Ci sono paesi comunitari che hanno figure professionali disponibili. Il problema è come ingaggiarli in Italia: anzitutto c’è il tema della validità del titolo di studio, quindi la soluzione contrattuale”. Provocazione, dicevamo, ma neanche tanto ammette Piazzolla: il problema grave è come garantire i livelli minimi di assistenza. Drammatiche le carenze nei pronto soccorso. “Qualcuno avrebbe dovuto pensarci al fatto che, bloccando il turn over, il resto prima o poi sarebbe andato in pensione”. Chi torna? “Vedremo. E comunque – continua il direttore, che domani avrà un confronto con l’unità di crisi-, anche se riusciremo ad intercettare qualcuno, sarà sempre una goccia nel mare. Stiamo gestendo situazioni difficilissime”.

Il problema si pone, insomma, in tutta la sua gravità anche per il prossimo futuro se si considera che per una specializzazione ci vogliono cinque anni. “E quei pochi profili che ci sono scelgono le situazioni migliori e più confortevoli, non vengono certamente qui da noi” ammette Piazzolla. L’assenza di nuove figure rischia di investire come uno tsunami la sanità italiana e i livelli minimi di assistenza, insomma. Ed ecco che torna la soluzione UE. “Se i nostri giovani se ne vanno all’estero, ad un certo punto il nostro Paese deve importare dall’estero. Credo che qualcuno debba cominciare a pensarci” conclude il direttore generale.

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