Giosuè Rizzi, la strage del circolo Bacardi e la "Società" foggiana

L'avvento di Cutolo embrione della mafia foggiana. La sanguinosa ascesa di Moretti, il tramonto del clan Laviano e l'effetto di una bomba in una piccionaia della strage del primo maggio 86

L’evento più clamoroso a cui è legata la parabola umana e criminale di Giosuè Rizzi è la strage del “Bacardi”, che prende il nome dal minuscolo locale del centro storico nel quale alle tre del mattino del primo maggio del 1986 vennero uccisi quattro pregiudicati e ferito un quinto, ultimo residuo del clan del boss Laviano, ucciso qualche tempo prima.

GIOSUE’ RIZZI - È l’annuncio di un salto di qualità della criminalità foggiana, di cui Giosué diventò l’eroe eponimo. L’appellativo di “boss” con cui lo definisce la stampa all’indomani del suo assassinio lo inquadra in uno schema che in realtà non gli appartenne: volendo cercare dei paragoni, Rizzi era più il Vallanzasca che il Tano Badalamenti di Foggia. Dotato di ferocia leggendaria e di un coraggio personale assoluto, aveva anche tratti di generosità, di magnanimità guascona, di passionalità che hanno contribuito al suo carisma. Sul piano della storia criminale è stato il protagonista di un passaggio d’epoca. Fino all’inizio degli anni Ottanta la criminalità foggiana, pur caratterizzata da una notevole efferratezza, non usciva dallo schema delle faide tra clan familiari.

CUTOLO E LA SOCIETA’ FOGGIANA - Per parlare di criminalità organizzata bisognava spostarsi a San Severo, dove si gestiva il traffico di stupefacenti dell’intera provincia, e a Cerignola, prima a sperimentare e conoscere il racket delle estorsioni. I malavitosi del capoluogo andavano all’onor del mondo come autori di rapine in trasferta o come killer al servizio dei boss. Benché lo stesso Laviano fosse accreditato come luogotenente della Sacra Corona Unita, Foggia era in realtà una piazza piuttosto periferica dal punto di vista dei poteri criminali.

Le cose cambiano quando Raffaele Cutolo, ‘o prufessore, dà vita alla Nuova Camorra Organizzata, che a sua volta rappresenta un tentativo di industrializzazione della camorra folkloristica di Pupetta Maresca e Pascalone ‘e Nola. Paradossalmente è proprio la normativa antimafia a favorire l’inseminazione del territorio: il soggiorno obbligato fuori dalla provincia di Napoli (a San Severo c’è la sorella di Cutolo, Rosetta), la presenza nelle carceri di uomini della Nco che possono facilmente indottrinare e arruolare i malavitosi locali causa una moltiplicazione del contagio.

Alla fine degli anni Settanta, secondo l’inchiesta del giudice Alberto Maritati, in un hotel suburbano lo stesso Cutolo presiede una riunione con i diversi capiclan locali; è l’embrione della Società, la mafia foggiana, segnato dalla sanguinosa ascesa di Rocco Moretti e dal tramonto, è a dire dalla liquidazione del clan Laviano.

GLI ANNI OTTANTA - L’anno di svolta e di decisivo affrancamento dei clan locali dalla tutela della camorra è il 1983. In quell’anno Pasquale Barra, ‘o animale (famoso per avere addentato gli intestini di Francis Turatello, da lui squartato in carcere), decide di collaborare con gli inquirenti: accade nel carcere di Foggia, con il Sostituto Procuratore Mario Apperti, oggi scomparso, che è il primo a raccogliere quelle dichiarazioni che porteranno a centinaia di arresti in tutta Italia, compreso quello del povero Enzo Tortora.

Nel dicembre dello stesso anno viene freddato da mani ignote “don” Peppe Sciorio, camorrista al soggiorno obbligato che era considerato referente di Cutolo per la Capitanata. Una “dichiarazione di indipendenza” che non viene inficiata dal successivo assassinio di “Pinuccio ‘u biond”, che di Sciorio sarebbe stato il killer. Reciso nell’usato modo il cordone ombelicale con la Nco (ma anche con il cartello dei clan capitanato da Carmine Alfieri), la Società comincia a svilupparsi in proprio.

La strage del Bacardi è l’occasione con cui Giosué Rizzi (che per la verità si è sempre proclamato estraneo all’episodio, tanto nei processi che nella sua autobiografia scritta con l’operatore culturale foggiano Angelo Cavallo) e gli uomini che a lui fanno riferimento dimostra di avere imparato la lezione. La tecnica, le caratteristiche èclatanti, la dimostrazione di “geometrica potenza”, per dirla con Toni Negri, sono infatti mutuate direttamente dalla camorra (poco tempo prima si era svolta con modalità simili la strage di Torre Annunziata).

LA FOGGIA DELLA “STRAGE DEL BACARDI” - La Foggia in cui crepitano le raffiche di mitra del Bacardi è una città molto diversa dall’attuale: l’evo democristiano è ancora in corso, il potere del padre-padrone dello scudocrociato Vincenzo Russo appare tuttora saldissimo, benché incalzato dai due giovani parlamentari Cafarelli e Mongiello e soprattutto dall’ingresso in Parlamento e al Governo del liberale Savino Melillo; la ritirata delle Partecipazioni Statali, con la sua drammatica ricaduta in termini occupazionali è ancora nelle sue fasi iniziali.

Al Comune governa il compianto Enzo Petrino, in proverbiale accoppiata con il socialista Mario Bove. Nelle elezioni dell’anno precedente il Partito Socialista, sull’onda di un crescente successo che riguarda l’intera Puglia, ha superato il Partito Comunista. L’arcivescovo di Foggia, l’oggi cardinale Salvatore De Giorgi, ha confidato con preghiera di riservatezza a qualche amico giornalista che spera in una visita del Santo Padre l’anno successivo; nel Foggia Calcio, la società nata dal fallimento dell’Unione Sportiva Foggia di due anni prima, si sta rapidamente consumando lo scontro fra Nino Lioce, titolare della Foar, e il re del grano Pasquale Casillo, che alla fine rimarrà padrone assoluto della società e della squadra, alla cui guida verrà chiamato di lì a poco un tecnico principiante di nome Zdenek Zeman.

Nel clima lievemente sonnolento della città, la strage del Bacardi ha l’effetto di una granata in piccionaia. La reazione del mondo politico è sbalordita: la Commissione Antimafia presieduta da Abdon Alinovi giunge a Foggia in autunno, accolta con riprovazione e diffidenza dagli amministratori locali; è palpabile l’isolamento in cui la Dc lascia Cafarelli, membro della Commissione e solo esponente dell’area di governo a sottolineare la gravità della situazione.

IL “MITO” SPEZZATO - Per tutto il decennio successivo la questione criminale e le possibili infiltrazioni della mafia nei piani alti della società foggiana saranno la filigrana del discorso pubblico, anche per l’ascesa vertiginosa e la rovinosa caduta del controverso Pasquale Casillo (che, accusato da alcuni pentiti, ha subito anche una lunga carcerazione preventiva risultando poi completamente prosciolto). Lui, Giosué Rizzi, ha passato questo ed altri periodi dietro le sbarre, in una prigionia che non ha in alcun modo danneggiato il suo terribile mito. Un mito spezzato (o forse, chissà consacrato) dalle pallottole esplose davanti a una scuola in una fredda mattina del gennaio foggiano.

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