Dalla stretta di mano dell’Antiracket al pugno di ferro del Questore

Dalla passeggiata dell’associazione Antiracket e dei vertici delle forze dell’ordine, al NIA, all’arrivo del ministro Alfano, fino alla proposta del Questore di denunciare i commercianti che non segnalano le estorsioni

Cucci, Tirone, Grasso e Silvis stringono la mano ai commercianti

Come si previene, si combatte e soprattutto si debella il fenomeno del racket delle estorsioni? E’ questo l’interrogativo che a Foggia rispunta ad ogni rumore di bomba. Esplosione dopo esplosione le considerazioni dei cittadini, le opinioni e le proposte di amministratori e politici, continuano a riempire pagine di giornali e di social network, senza che però sia stata ancora attuata una soluzione in grado di spostare definitivamente il tiro dalla parte della legalità.

Vuoi per la complessità del fenomeno - che non si risolve in un batter d’occhio - vuoi perché l’azione costante dei malviventi produce anche l’effetto contrario di una forma d’assopimento a tratti contagiosa, tanto quanto basta per incidere negativamente sulla capacità di scrivere i titoli di coda a una pratica criminale che gioca sulla paura degli estorti, sul rumore di chi si ribella, sull’impotenza e sul silenzio di chi indossa l’abito del complice. Non aiutano di certo a raggiungere l’obiettivo, ammesso che realmente esista un progetto forte e condiviso, le schermaglie tra enti, forze dell’ordine e associazioni di categoria.

Va evidenziato anche, a scanso di equivoci, che da un anno a questa parte c’è una sensibilità maggiore rispetto a questo tema. Basti pensare alla nascita dell’associazione antiracket ‘Giovanni Panunzio’, al rafforzamento delle attività di prevenzione attraverso i reparti speciali e a tutta una serie di iniziative qua e là che hanno fornito un assist a commercianti e negozianti per sentirsi più protetti e sicuri. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo la realtà. Bisogna fare i conti con la sfrontatezza e la spregiudicatezza della criminalità. Con la paura dei commercianti e con la loro percezione di insicurezza.

Non ci si dimenticherà della stretta di mano ai titolari di tredici attività commerciali in via Oberdan, Corso Vittorio Emanuele e Piazza Giordano; quando cioè il 24 marzo Cristina Cucci, il prefetto Mario Tirone, Tano Grasso e i vertici di tutte le forze dell’ordine, furono protagonisti di una passeggiata primaverile per le vie del centro con lo scopo di invitare i commercianti a non piegarsi al racket delle estorsioni, a fare squadra e a partecipare alle iniziative della giovane associazione.

Tre settimane prima il PD aveva portato in città Nino Daniele, ideatore e promotore del ‘Modello Ercolano’, che prevede – per tre anni - l’esenzione dal pagamento dei tributi per i commercianti, gli artigiani, gli imprenditori e i liberi professionisti che denunciano i taglieggiatori e che la coalizione del centrosinistra targata Augusto Marasco aveva inserito nel programma elettorale. La proposta è al vaglio del Consiglio comunale.

Ancora prima, il 2 marzo, sulla scorta dell’aumento delle denunce, della necessità di proseguire su quella strada e “per combattere i 26 clan”, il Questore presentò il Nucleo Investigativo Antiracket, composto da operatori di provata esperienza nelle attività di indagine che avrebbero dovuto lavorare sotto copertura. Il servizio NIA però duro pochissimo, fu dismesso il mese dopo. Il giorno precedente alla comunicazione, in via Guido Dorso, ignoti avevano fatto esplodere una bomba all’ingresso della ‘Pizzeria Mia’. Ne seguiranno altre fino alla presa di coscienza da parte di Angelino Alfano della sfacciata, arrogante e aggressiva criminalità foggiana.

Era di maggio e il ‘Caso Foggia’ fu al centro di un vertice in Prefettura e di una conferenza stampa in cui il ministro dell’Interno avanzò una tripla soluzione: l’invio di uomini del Reparto Prevenzione Crimine, le denunce e l’installazione di telecamere. Ai commercianti e agli imprenditori stretti nella morsa del racket disse: “Denunciate gli aguzzini, anche in forma anonima. Chi collabora, lo assicuriamo, sarà protetto”. 

L’estate passò, fortunatamente senza sussulti, ma l’armonia – reale o apparente - fu interrotta nel giorno del ‘Patto Antiracket’, non da una bomba, ma dal presidente FAI, che non perdonò la svista dell’amministrazione comunale di non essersi costituita parte civile nel processo Corona. “E’ grave che l’ente rappresentante della comunità non faccia sentire l’interesse della comunità a essere tutelata dalla criminalità organizzata”. Landella non gradì e rispose: “Pensi ad unire il fronte antiracket e non a dividerlo”. Qualche giorno dopo il primo cittadino si recò a Bari per formulare le scuse ai procuratori Giuseppe Volpe e Pasquale Drago.

Di lì a poco nel mirino dalla malavita sarebbero finite prima il Proshop di via Zodiaco e due giorni dopo 'Inglese' di Corso Giannone. E’ storia dei giorni nostri, con la città che produce presa a schiaffi, violentata e minacciata; la Foggia che però rimette a posto i cocci, si rialza e guarda avanti. Nonostante tutto. Resta l’interrogativo su come si previene, si combatte e si debella il racket delle estorsioni. Restando tutti uniti, lavorandoci sopra, oppure – così come proposto da Silvis - denunciando i commercianti che non segnalano gli aguzzini?

Certo è che il passaggio dalla stretta di mano dell’Antiracket al pugno di ferro del Questore è tutt’altro che confortante. E’ il segno tangibile del tentativo fallito di convincere i negozianti a non aver paura, a fidarsi e ad affidarsi allo Stato o a un’associazione fortemente voluta da una giovane imprenditrice ribellatasi al racket. Non sarà che a Foggia – come disse Tano Grasso - si parla ancora poco e si paga ancora tanto?

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