Quadruplice omicidio: rigettata la richiesta di scarcerazione di Caterino, che si dichiara estraneo alla 'strage'

La tesi difensiva da parte dell'avv. Giulio Treggiari, legale di Giovanni Caterino, il 33enne di Manfredonia arrestato il 17 ottobre per concorso nel quadruplice omicidio di Mario Luciano Romito, Giuseppe De Palma, Luigi e Aurelio Luciani del 9 agosto 2017 a San Marco in Lamis

La strage di San Marco in Lamis
Ai tre giudici del Tribunale del Riesame di Bari, il legale di Giovanni Caterino aveva chiesto la scarcerazione del suo assistito; richiesta che però l'8 novembre è stata rigettata.
"Noi non siamo convinti del fatto e pensiamo ci siano dei margini di alternativa di lettura dei dati" precia a FoggiaToday l'avvocato Giulio Treggiari difensore del 33enne di Manfredonia arrestato il 17 ottobre con l'accusa di concorso nel quadruplice omicidio e di detenzione delle armi utilizzate in quella circostanza, il 9 agosto del 2017, quando un commando armato uccise Mario Luciano Romito e il cognato Matteo De Palma, in quel momento diretti a Torremaggiore.
Nell'agguato avvenuto nei pressi della stazione dismessa di San Marco in Lamis, al confine con le campagne di Apricena, morirono anche Luigi e Aurelio Luciani, due aricoltori del posto assassinati per uno scambio di persona o perchè testimoni scomodi dell'uccisione del boss. 
Secondo la tesi difensiva, non vi sarebbe la prova certa che Caterino, nei giorni precedenti e in quello del quadruplice omicidio, fosse a bordo della Grande Punto che ha pedinato il Maggiolone del capo del clan Romito. In merito alle intercettazioni, l'avvocato Treggiari ritiene che non direbbero nulla di significativo e che in realtà Caterino fosse preoccupato di essere sospettato di aver partecipato alla strage. Per quanto riguarda invece l'agguato di cui il suo assistito sarebbe stato vittima nel febbraio 2018, non ci sarebbero prove certe che ad organizzarlo fosse stato il clan Romito per vendicare l'uccisione del capo.
Dopo essersi avvalso della facoltà di non rispondere davanti al gip di Bari durante l'interrogatorio di garanzia, Caterino, durante l'udienza davanti al Riesame, avrebbe sostenuto di essere estraneo alla vicenda e quindi innocente.
Dopo un lungo periodo trascorso in carcere, Mario Luciano Romito era tornato libero il 3 agosto. Secondo l'accusa, la mattina del 9 dello stesso mese, la Grande Punto - come avveniva ormai da alcuni giorni - stava pedinando l'auto con a bordo il boss e suo cognato.  Dietro di loro una Ford C Max rubata a Trani e successivamente data alle fiamme in località Mezzana delle Querce, in agro di Apricena. Qui le telecamere hanno immortalato tre persone  - una più alta delle altre due - fuggire a piedi: si tratta dei sicari che, nella ricostruzione della strage, impugnavano rispettivamente un kalashnikov, un fucile calibro 12 e una pistola 9x21.
Secondo la tesi difensiva - dal confronto degli spostamenti emersi dall'analisi del Gps con le celle telefoniche del cellulare dell'arrestato - nei giorni precedenti al quadruplice omicidio, non risulterebbe che il 33enne di Manfredonia si trovasse vicino alla Fiat Grande Punto. E nemmeno il giorno della strage, perché, nonostante la coincidenza tra gps e celle telefoniche agganciate dal cellulare di Caterino, secondo il legale, la zona di Manfredonia sarebbe così vasta che non vi sarebbe certezza alcuna che alla guida dell'auto ci fosse lui.
Sempre secondo il legale di Caterino, nemmeno i tempi di percorrenza e quindi la distanza tra le auto sulla Pedegarganica, farebbero pensare a un coinvolgimento della Fiat Grande Punto nella strage: la distanza di un minuto tra i due veicoli, che procedevano a una velocità di 40/50 km/h, non sarebbe stata sufficiente al conducente della Fiat Grande Punto per vedere l'auto di Romito.

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