Incinta di 7 mesi ma costretta a prostituirsi, figlio in vendita a 28mila euro: "Tsunami a livello psicologico"

Sulla grave vicenda portata alla luce dall'operazione di polizia, con il coordinamento dalla DDA di Bari, interviene Antonio Di Gioia, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Regione Puglia

Immagine di repertorio

“Spesso chiudiamo gli occhi dinanzi a certe situazioni bollandole come 'diversità culturali', ma non c’è cultura in cui si possa tollerare la riduzione in schiavitù. Le persone sono esseri umani, di qualsiasi razza e qualsiasi cultura esse siano, e vanno tutelate sotto ogni profilo. Per quanto i nomadi abbiano una cultura estremamente diversa dalla nostra, i danni che le giovani vittime di Foggia hanno subìto dai loro familiari o connazionali non saranno facili da assorbire. Vanno aiutate e supportate da personale qualificato, assistito da mediatori culturali”.

Così Antonio Di Gioia, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Regione Puglia, interviene sull’importante operazione condotta a Foggia dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari che ha permesso di porre fine a un giro di prostituzione nel campo rom di via San Severo a Foggia, che ha portato alla luce una drammatica vicenda, di tre ragazze tra i sedici e i 17 anni segregate, picchiate, chiuse a chiave in una baracca e costrette a svolgere attività di meretricio. Una delle tre era rimasta incinta, ciononostante non ha potuto sottrarsi - nonostante fosse al settimo mese - agli obblighi richiesti. Il suo bambino era stato proposto e venduto ad una cifra di 28mila euro.

“Violenze, abusi, costrizioni, il tradimento dei propri familiari, la privazione di un figlio che sta per nascere, per quanto frutto di un rapporto sessuale a pagamento: uno tsunami a livello psicologico”, prosegue Di Gioia, “che richiederà anni di riabilitazione, soprattutto considerando che le vittime sono giovanissime, addirittura minorenni. Cresciute in un contesto particolare, se vogliamo anche forse abituate a questa vita, anche se alla violenza non ci si abitua mai”.

Per il presidente degli psicologi pugliesi “occorre individuare il giusto percorso per consentire alle vittime di queste barbarie di riprendere in mano la propria vita, di condurla persino secondo la propria cultura, ma in un contesto di libertà e, soprattutto, provando a riabilitare le ferite psicologiche, molto più profonde di quelle fisiche, attraverso una terapia riabilitativa”. “Le forze dell’ordine fanno un lavoro straordinario”, conclude Di Gioia, “ma talvolta c’è da intervenire prima, anche di fronte a situazioni che non sono ancora sfociate in reati, ma che da noi, in Italia, non possono essere accettate. Psicologicamente possono provocare danni importanti ed è violenza anche quella, seppur non fisica”.

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