Il velo di umanità dietro gli orrori di via San Severo: un 'cliente' voleva aiutare la ragazzina a scappare

Nelle carte dell'ordinanza, i risvolti della terribile vicenda scoperta da polizia e Direzione Distrettuale Antimafia di Bari alla periferia di Foggia

Immagine di repertorio

C’è un piccolo spiraglio di umanità nella terribile vicenda che da mesi si consumava tra le baracche del campo rom di via San Severo, alla periferia di Foggia.

Una vicenda disumana, stigmatizzata a più livelli e a più voci, che racconta la quotidianità di (almeno) tre ragazzine rese schiave e indotte alla prostituzione, sfruttate sulla strada dai loro aguzzini. Una delle tre, una 17enne romena, sfruttata anche in gravidanza avanzata e ripetutamente violata dai "clienti’, nonostante un 'pancione' di 7 mesi. 

Il cliente e il bebé in vendita 

Questo minimo spiraglio di umanità è rappresentato dal "ravvedimento", seppure tardivo, di un uomo. Giuseppe (nome di fantasia) aveva incontrato la 17enne per uno dei tanti rapporti ‘mordi e fuggi' consumati su quella piazzola di sosta, lungo al Statale 16, in direzione Lucera. Appresa la storia della ragazzina, però,  da cliente (quindi parte del meccanismo di sfruttamento) si  è trasformato in  sodale, iniziando ad aiutare economicamente la ragazza affinché potesse affrancarsi dai  suoi aguzzini. “Senza ricevere in cambio prestazioni sessuali le consegnava ad ogni incontro 50 euro - si legge nelle carte firmate dal giudice per le indagini preliminari, Rossella Grassi - di cui la stessa consegnava al suo  giovane aguzzino solo 40 euro. Ciò non impediva a quest’ultimo di picchiarla violentemente, insoddisfatto dell'ammontare guadagnato dalla vittima". L’uomo, inoltre, appresa la notizia della gravidanza, le aveva regalato dei vestiti per il bambino, una carrozzina ed anche un passeggino, da utilizzare quando il bimbo sarebbe diventato più grandicello. Non poteva immaginare, evidente, a quale sorte quel bambino era­ destinato. Il progetto degli aguzzini, infatti, era quello di ‘vendere’ il bambino ad un conoscente per un corrispettivo di 28mila euro. L'idea era stata partorita da una delle due donne indagate e spedite in carcere dal gip. Quel bambino, però, non è mai venuto alla luce. E' morto in grembo, a gravidanza avanzata, forse a causa del pestaggio subito dalla ragazza qualche giorno prima che i medici ne constatarono la morte.

Le percosse, il malore, l'induzione del parto abortivo

L’episodio è cristallizzato nell’ordinanza: "la vittima era costretta a prostituirsi anche quando si trovava in stato di gravidanza avanzato, fino al settimo mese, nonostante  i rifiuti opposti dalla vittima, costretta a sottostare al loro volere attraverso l'impiego della forza". Come accaduto la sera del  3 settembre in cui,  "a seguito del rifiuto opposto dalla minore a prostituirsi anche in orano serale, veniva aggredita selvaggiamente"  dal suo giovane aguzzino "con calci, pugni, schiaffi e cinghiate, sferrati in ogni parte del corpo, sulla faccia, sulla pancia e dietro la schiena, nonché trascinata per i capelli facendola strisciare per terra, all’interno della baracca dove continua a picchiarla con una inaudita". La documentazione medica riporta un  "trauma contusivo al volto, alla regione buccale, trauma contusivo rachide dorso-lombo-sacrale". Pochi giorni dopo, l'8 settembre, dopo una visita ginecologica a seguito di un malessere, alla stessa viene comunicata la morte del feto ed il giorno seguente le fu indotto il parto abortivo all’ospedale di Barletta. Stessa sorte - ha appurato la polizia durante le indagini, coordinate dalla DDA di Bari - è toccata anche alla sorella maggiore della vittima, violentata a Lodi (dove risiede con il padre) da un familiare dei sei arrestati nell’accampamento di via San Severo. 

Il drammatico precedente e il business del sesso a pagamento

L'esperienza vissuta dalla ragazza non è, purtroppo, un caso isolato. La stessa, infatti, ha scoperto che anche un'altra ragazza rom, ex-fidanzata del suo aguzzino, era stata indotta alla prostituzione e sfruttata sui marciapiedi anche durante la gravidanza (gestazione conclusa anche questa prematuramente, con un aborto). Secondo quanto raccontato dalla vittima (il cui racconto è definito dallo psicologo che ha seguito il caso 'attendibile') sia il suo aguzzino che il padre pretendevano "20 euro per ogni prestazione sessuale, e la controllavano continuamente durante l'attività". Le ragazze, è emerso, erano costrette a 'vendersi' per 8 ore al giorno, dalle 12 alle 20, controllate a vista dai carcerieri che fornivano loro tutto il necessario (dagli abiti appariscenti ai preservativi). Tutto il denaro guadagnato - circa 70/80 euro - andava al loro principale aguzzino - anch'egli minorenne - che intrecciava con loro una relazione sentimentale, le portava nel campo rom e qui le segregava e le piegava al suo volere con la complicità dei genitori, dei due fratelli e di una cognata. La posizione dei minori è al vaglio del giudice del tribunale dei minori di Bari. Gli indagati, intanto, in sede di convalida del fermo, hanno respinto ogni accusa e, la prossima settimana, faranno presentare al loro legale difensore il ricorso al Riesame di Bari per chiedere la scarcerazione.

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