Addio al professor Vezio Puccini, uomo di scienza e cultura: "Lascia un vuoto incolmabile"

Il ritratto di un uomo poliedrico nell'appassionato e sentito commiato di Micky De Finis, stroncato da un malore nella sua amata San Menaio, sul Gargano

Vezio Puccini

"La scomparsa del professor Vezio Puccini lascia un vuoto incolmabile". Esordisce così Micky De Finis, che ben lo conosceva. Di seguito riportiamo il suo appassionato e sentito commiato.

"Con lui non esce di scena solo l’accademico, il ricercatore infaticabile della scienza veterinaria  in cui seppe tracciare un solco profondo. Viene a mancare soprattutto un uomo di elette virtù etiche e di grande profilo interiore. Quando lo conobbi ebbi subito la sensazione di trovarmi di fronte ad un personaggio poliedrico, di grande cultura, pieno di passioni, di curiosità perché in lui ciò che prevaleva era sempre quella sua instancabile ricerca attorno al senso dell’esperienza e dunque della vita". 

"Le mie radici abruzzesi, il mio amore per Pescasseroli e la sua storia transumante lo spinsero a chiedermi di presentare uno dei suoi lavori letterari, Il sentiero delle pecore. Fu in quella circostanza che ebbi la sensazione di trovarmi di fronte ad un gigante, perché la sua maniera di raccontarsi e di raccontare era intrisa di ricordi fiabeschi bellissimi, tutti sorretti da un’inesauribile tensione intellettuale, direi filosofica, piena di slanci, di amore ed anche un po’ di malinconica". 

"La sua  è stata un capolavoro di vita vissuta, per quasi novant’anni, una vita intensa, generosa, meravigliosamente imprevedibile. Me ne parlava spesso Antonella, una delle sue figlie, anch’essa votata al campo scientifico veterinario. Mi diceva che il suo era un  papà perennemente giovane, sempre alla ricerca di un perché. Il professore non aveva paura della morte nonostante gli anni, portati alla grande, in un volto fascinoso che era già un ritratto della sua tempra di gentiluomo d’altri tempi". 

"Nel nostro ultimo incontro, pochi mesi fa a Foggia, aveva un piccolo risentimento alla gamba. Ricordo che, con quel suo garbo sempre british, banalizzava questo suo tormento dicendo che la nostra è l’unica specie umana consapevole di dover morire. “Il punto è che non sappiamo quando, quindi andiamo avanti”, mi disse con  una stretta di mano. L’ultima, perché poi ha deciso di finire il suo tempo in mare, nella sua amata San Menaio dove un malore ha spento quel sorriso".

"Il mare, assieme ai viaggi, era una delle sue passioni. Lo amava perché è sconfinato e incontenibile. E ha scelto di finire lì la sua esistenza, come Neruda nel canto Le Campane e il Mare. “ Voglio  per una lunga volta non parlare; silenzio, voglio imparare ancora, voglio sapere se esisto”. E da  quelle ceneri, quel che ritorna è  una lezione di vita bellissima di un professore gentiluomo".

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