Il rosso-nero che tinge i campi del Foggiano. Gli invisibili diventati "schiavi" a 'Le Iene': "Senza di noi non mangiate"

In un servizio andato in onda ieri a 'Le Iene' Gaetano Pecoraro ha mostrato i lati più oscuri dell'agricoltura, e lo ha fatto partendo dalla ex Pista di Borgo Mezzanone, dove vivono oltre 2mila persone, la maggior parte delle quali impegnate come braccianti nei campi, sfruttati e mal pagati. 

 

Un rosso in cui si annida il nero. E non si parla dei colori sociali della squadra di calcio, ma di storie più drammatiche, di sfruttamento e truffe. In un servizio andato in onda ieri a 'Le Iene' Gaetano Pecoraro ha mostrato i lati più oscuri dell'agricoltura, e lo ha fatto partendo dalla ex Pista di Borgo Mezzanone, dove vivono oltre 2mila persone, la maggior parte delle quali impegnate come braccianti nei campi, sfruttati e mal pagati. 

"Il nostro frigorifero è piano, ma a che prezzo", è il titolo eloquente del servizio de Le Iene. Lo sfruttamento che è cresciuto durante il lockdown che ha impedito a migliaia di braccianti specializzati di raggiungere l'Italia per la raccolta dei prodotti stagionali. Al lavoro sporco ci pensano quelli che già ci sono. "Lavoriamo ogni giorno, tutti i giorni. Durante il Coronavirus abbiamo lavorato duro per far mangiare l'Italia", racconta un bracciante. Irregolare come tanti, malgrado abbia presentato domanda per il permesso di soggiorno. E la mancanza di documenti equivale a lavorare senza diritti, senza contributi versati: "Molti di noi dormono fuori dalle baracche, perché senza documenti non possiamo neppure affittare una stanza". 

Con la regolarizzazione temporanea voluta dalla ministra Bellanova, forse qualcosa può cambiare. Ma c'è chi non ci crede molto, come Phil, giunto in Capitanata dal Ghana ben 18 anni fa. Dal 2002 la sua paga è rimasta la stessa, 4 euro all'ora: "Contratto? Quale contratto? Noi lavoriamo come schiavi, siamo venuti qui per migliorare la nostra vita che è invece è peggiorata". Ma di storie simili ce ne sono tantissime. Philip mostra all'inviato de 'Le Iene' il suo alloggio di fortuna, un casolare abbandonato, senza luce né acqua corrente, con il soffitto mancante in più punti, e una finestra che si smonta quando Pecoraro gli chiede di aprire un'anta per illuminare la stanza. "I bisogni li faccio fuori", racconta il migrante.

Le telecamere Mediaset, poi, si concentrano sulla distesa infinita di baracche della ex pista, una città nella città. "Un binario morto per le migliaia di persone che la abitano". "Vivo qui da 11 anni, ho sentito delle regolarizzazioni, ma non ci credo. Non è la prima volta che ci promettono i documenti", commenta amaramente un altro immigrato. "Qui alla pista la vita è difficile, in tanti lavoriamo senza documenti, senza contratto o un posto per dormire. Abbiamo tanti problemi, lavoriamo 12 ore al giorno per 3.50 euro all'ora. Gli italiani? Non ne ho mai visto uno nei campi. Avere un contratto sarebbe positivo per noi e per l'Italia. Perché così lavoro e pago i contributi. Invece qui lavoriamo 300 giorni". E quando Pecoraro gli chiede cosa vorrebbe dire a Conte se potesse: "Chiedo solo contratto, un'abitazione normale. Se siamo puliti è buono per voi, se siamo sporchi noi, voi mangiate roba sporca". 

C'è, però, chi si è ribellato. Come John, ragazzo originario della Sierra Leone: "All’inizio dell’emergenza ho avuto paura, ma non avevo scelta. Potevo solo correre il rischio, altrimenti come avrei potuto sopravvivere? Ci dicevano di restare a casa per la nostra salute, ma se resti a casa non metti niente nello stomaco”. John ha deciso di opporsi allo sfruttamento: "Avevo sentito parlare di contributi e tasse, e fui felice perché pensavo che avrei avuto i miei contributi e pagato le tasse allo Stato. Ma quando mi recai all'Inps mi accorsi che su un anno e mezzo di lavoro mi erano stati versati contributi per soli 69 giorni. Quando chiesi spiegazioni al capo, mi rispose 'È così', e che se avessi voluto di più avrei dovuto pagarlo". 

"Anche se avevo un regolare contratto, per me si trattava comunque di lavoro in nero", spiega John. "Se fosse stato regolare, avrei dovuto lavorare 6 ore e mezza e ricevere una paga normale, invece lavoravo 10 ore al giorno per 40 euro e poi in busta paga il mio capo metteva solo 3 giorni di lavoro dando il resto in contanti. Ho raccontato tutto alla polizia, tra un po' ci sarà il processo dove mi chiameranno per testimoniare. È stato un rischio, ma voglio essere indipendente. Voglio essere uno straniero per bene e pagare le tasse. Le tasse che avrei potuto pagare di quell’anno e sei mesi di lavoro avrebbero potuto aiutare qualcuno, ma loro vogliono solo il profitto”. 

"Si tratta di un fenomeno sviluppatissimo. Nelle ultime operazioni abbiamo potuto appurare una serie di violazioni, le condizioni alloggiative degradanti in cui vivevano i lavoratori, gente che dormiva nei container senza servizi, poi sono state accertate condizioni di sfruttamento con orari di lavoro massacranti, senza riposi settimanali, per 3-4 euro all'ora", spiega il Procuratore della Repubblica Ludovico Vaccaro. 

La truffa dei braccianti fasulli

Tra gli sfruttati ci sono anche lavoratori italiani, come Giovanni che su quasi 200 giornate di lavoro concretamente svolto, se ne ritrova meno della metà nell'estratto conto contributivo dell'Inps. Non solo sfruttamento, dunque, ma anche la truffa all'Inps e allo Stato da parte delle aziende, che versano solo la metà dei contributi effettivi. A questo, poi, si aggiunge un altro grosso problema, quello degli impiegati 'fantasma'. Gente che non ha mai messo piede in azienda, ma che riceve i contributi per 102 giornate per poter percepire la disoccupazione: "Loro sono furbi - racconta Giovanni - perché lo fanno con chi ha più bambini a carico, così la gente arriva a percepire anche 10mila euro all'anno senza aver mai lavorato un giorno". In parole povere, le imprese fanno figurare persone mai realmente impiegate, loro si versano i contributi per percepire la disoccupazione e la maternità. "Benefattori? No, perché se alla fine dell'anno i finti impiegati hanno percepito 10mila euro dall'Inps, l'azienda a fine anno se ne riprende la metà". Di persone coinvolte in questo 'gioco' ce ne sono parecchie. Come una donna con 5 figli a carico, che dal 2012 si versa i contributi per percepire la disoccupazione più assegni familiari. "A fine anno riesco a prendere anche 9.600-9.700 euro", racconta la donna, che intanto esercita la professione di badante, ovviamente a nero: "Non mi sento in colpa. C'è gente che prende il reddito di cittadinanza. So che non è normale, ma se non ci pensavo io, chi lo avrebbe fatto per me?".

Il problema del mercato 

Epperò, senza cercare giustificazioni alle condotte illecite di molte aziende, c'è un problema grosso che non si può scollegare. Sì, perché nel frattempo il prezzo di frutta e verdura nei supermercati è aumentato del 10%, tanto da far partire un'indagine dell'antitrust contro le grandi catene di supermercati e discount: "Con il Coronavirus lavoriamo a pieno regime, ma a prezzi bassissimi. Gli aumenti nei supermercati sono frutto della speculazione della grande distribuzione e noi dobbiamo sottostare alle loro decisioni. Non possiamo dettare condizioni perché produciamo merce deperibile, che se non vendiamo siamo costretti a mandare in discarica pagando pure lo smaltimento", spiega il titolare di una delle tante aziende del territorio dalla condotta (a livello di contratti ai dipendenti) non proprio trasparente. La conferma arriva dallo stesso procuratore Vaccaro: "C'è un problema di mercato che tende a schiacciare il prezzo dei prodotti e se questo circolo vizioso non si interrompe, accade che la distribuzione cerca di comprare il prodotto al minor prezzo possibile, l'imprenditore deve produrre al prezzo più basso possibile e poiché non esistono altri costi sui quali intervenire, l'imprenditore finisce per risparmiare sulla forza lavoro".

Ma c'è anche chi ha deciso di opporsi a tutto questo. Come Francesco, imprenditore che vende pomodori pronti alla consegna. "Per i prodotti per i supermercati si prevedono aumenti tra il 15 e il 20%, un aumento che nelle aziende serie cerco di far arrivare anche ai braccianti. Ma purtroppo la maggior parte guardano al profitto". E mostra un barattolo di pelati, che alla grande distribuzione viene venduto a 34 centesimi, per poi finire in un reparto del supermercato al prezzo di 50 centesimi (39 centesimi, se in promozione). Secondo un calcolo, un bracciante percepisce circa 3 centesimi per ogni barattolo, "ma senza il suo contributo queste scatole resterebbero vuote". 

Le aste al doppio ribasso

Per Francesco la piaga del caporalato non si risolverà con le nuove regolarizzazioni, perché il tema cruciale è un altro: "Bisogna bloccare il meccanismo perverso che impone prezzi bassi, ammazzando il mercato a discapito dei più deboli, ovvero l'asta al doppio ribasso. Si tratta di un sistema con il quale la grande distribuzione chiede alle imprese agricole un'offerta sui prodotti. Una volta raccolte le proposte, si indice una nuova gara al ribasso, che usa come prezzo di partenza l'offerta più bassa della prima asta. Un sistema che punta a far scendere ulteriormente i costi di produzione, il tutto a discapito della qualità dei prodotti e dei lavoratori, ulteriormente sfruttati e malpagati. Francesco ha deciso di denunciare questo sistema che porta l'azienda a fare pressione sull'industria, l'industria sul produttore agricolo e il produttore sul bracciante. Tuttavia, dopo l'approvazione di una legge ad hoc alla Camera, l'iter si è bloccato al Senato. Allo stato attuale delle cose, l'asta al doppio ribasso è ancora legale. "Intanto, da quando ho denunciato, non sono stato più invitato alle aste", riferisce l'imprenditore alla 'Iena', il quale poi chiude il servizio interpellando sulla faccenda la ministra Bellanova: "Siamo favorevoli ad approvare la norma contro l'asta al doppio ribasso. Alla grande distribuzione ho chiesto di non assecondare campagne di sconti continui, perché se compri un prodotto a un prezzo inferiore al costo di produzione c'è qualcuno che sta pagando quello sconto". E sui migranti in attesa di documenti la ministra chiosa: "Phil dal Ghana questa volta avrà la possibilità di andare da solo a chiedere il permesso di soggiorno. Dobbiamo aiutarlo a non avere paura e sostenere le imprese a regolarizzare il rapporto di lavoro".

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