Innocenti uccisi "per fare piacere a sti bastardi" e quella "telecamera" che ha inchiodato Caterino

Dubbi, sospetti, progetti di vendetta, intercettazioni e rivelazioni: nelle 50 pagine di ordinanza firmate dal gip Marco Galesi le risultanze di una imponente indagine condotta dall'Arma e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia

Il luogo della strage

Dubbi, sospetti, progetti di vendetta, nuovi equilibri della criminalità garganica. Tutti dati che emergono nelle carte dell’inchiesta relativa alla strage di San Marco in Lamis, ovvero il quadruplice omicidio del 9 agosto dello scorso anno, nel quale furono assassinati il boss Mario Luciano Romito e il cognato Matteo De Palma, insieme ai fratelli Aurelio e Luigi Luciani, vittime innocenti di una sanguinosa guerra di mafia.

Per il fatto, i carabinieri hanno arrestato, su ordinanza di custodia cautelare in carcere della Direzione Distrettuale Antimafia, due persone: si tratta del 38enne manfredoniano Giovanni Caterino, accusato in concorso (con ignoti) di aver preso parte al grave fatto di sangue, e del 48enne Luigi Palena per la detenzione di armi. Nelle cinquanta pagine dell’ordinanza firmata dal gip Marco Galesi - che raccoglie le risultanze investigative di un’indagine tecnica che ha messo a sistema i dati di oltre 700 celle telefoniche, centinaia di utenze palmari e 2500 tracciati gps incrociati con i filmati degli oltre 50 ‘occhi elettronici’ utili - appare il ruolo centrale di Giovanni Caterino nella pianificazione dell’esecuzione del boss.

Le immagini video dell'arresto

Un agguato che si inserisce nella storica faida che vede contrapposti il clan Romito a quello dei Li Bergolis e “ordinato” da quest’ultimo gruppo criminale per “eliminare” il reggente avversario - Mario Luciano Romito, appunto - diventato una presenza scomoda. Un delitto di matrice mafiosa, come si legge nell’ordinanza, per la “modalità plateali”, “volte a creare allarme sociale, attribuendo evidenza pubblica all’azione criminosa e rafforzando il messaggio omertoso a chi doveva intenderlo, con l’adozione di metodiche operative caratterizzate da inaudita quanto implacabile ferocia”. Più avanti ancora, come linguaggio di mafia impone, il gip sottolinea l’avvenuta esplosione “di colpi devastanti al capo di Romito, volti a mostrare platealmente la ferocia e la forza del gruppo di fuoco, così da intimorire la popolazione del luogo”. In quella circostanza, però, trovarono la morte anche due agricoltori innocenti, i fratelli Aurelio e Luigi Luciani, barbaramente uccisi perché testimoni scomodi dell’accaduto oppure perché vittime di un tragico scambio di persona.

Il Col. Aquilio sulla "svolta" per la strage di mafia

La dinamica dell'agguato

Punto di partenza, nelle indagini, è la Fiat Grande Punto che, il 9 agosto del 2017, seguiva l’auto del boss Romito. Il mezzo - è emerso - ha svolto un ruolo attivo nella partecipazione alla dinamica omicidiaria, con presumili compiti di comunicazione o “staffetta” con gli altri soggetti coinvolti; mezzo che in quel periodo è riconducibile al 38enne indagato. La conferma arriva anche da una conversazione captata, settimane dopo il fatto, all’interno di un’attività di autosoccorso: “Là stanno i problemi… quel figlio di puttana, hai visto che dà le macchine… l’ha data a Giovanni (Caterino, ndr)”. Poi continua: “Sta in mezzo… che ora ha fatto… hanno fatto una schifezza da una parte come se doveva… tirare…”. La conversazione procede: “Dopo che ha fatto… dopo che ha fatto tutta questa magagna, ha preso e si voleva sbarazzare della macchina… hai visto che l’ha venduta?”. I killer, invece, seguivano la Grande Punto a bordo di una Ford C Max risultata rubata a Trani e data alle fiamme in località Mezzana delle Querce, in agro di Apricena. Qui, le telecamere presenti hanno immortalato tre persone  - una più alta delle altre due - fuggire a piedi: si tratta dei sicari che, nella ricostruzione della strage, impugnavano rispettivamente un kalashnikov, un fucile calibro 12 e una pistola 9x21.

Il commento del sindaco Merla

“Sono una bomba atomica” 

Sapeva bene, Caterino, di essere stato individuato nei pressi della scena del delitto, quel giorno. Lo ammette egli stesso, in una intercettazione ambientale effettuata a dicembre a bordo di un’auto: percorrendo la Provinciale 28, giunto in Località Villanova, in zona Rignano Garganico, impreca contro una telecamera di videosorveglianza: “…la bastarda… la vedi dove sta...”. Non è un caso, quindi, che il 38enne sentisse il fiato degli inquirenti sul collo. E si aspettasse, da un momento all’altro, un provvedimento a suo carico. “L’arresto a me ci sta… se non è adesso… tra un anno… un anno e mezzo…”. Il 4 gennaio, parlando con un soggetto che conosceva già il suo coinvolgimento nel fatto di sangue: “.. dobbiamo aspettare… prima calmare… vediamo prima cosa tengo, che qua qualcosa deve succedere”. Poi rivolge domande al suo interlocutore: “… ma nessuno ti ha detto niente del fatto delle telecamere?”.

In una conversazione telefonica, a dicembre, l’uomo si definisce “una bomba atomica”. Immaginando un suo possibile arresto ammette: “… ormai sono diventato una bomba atomica… ma mò è stato il colpo, mò”. Faceva inoltre intendere che le motivazioni del suo arresto avrebbero indotto i presenti ad abbandonarlo come amico: “Può darsi che mi abbandonerai tu…”. Il suo ruolo-chiave emerge anche successivamente, quando Caterino ammette di aver rifiutato l’invito a collaborare con le forze di polizia in cambio di un programma di protezione, per sé e i suoi familiari: “Se mi metto a raccontare da dieci anni a tutt’oggi sai che combino?”.

Tentato agguato e vendetta 

Ad avvalorare ancor di più la tesi degli inquirenti, vi è anche il tentativo di agguato che Caterino ha subìto il 18 febbraio. E’ lui stesso, in una intercettazione ambientale, a ripercorrere l’accaduto: “Sette meno venti, sette meno un quarto… quello è l’orario… allora io uscivo… loro si sono fermati ecco perché… si sono fermati… quelli stanno facendo indagini… quelli a me mi hanno inguaiato come asso di coppe…. Però a morire e stare ancora vivi…. Era perfetto… inc… con le maschere…. Era perfetto… non c’era nessuno in mezzo alla strada… era perfetto…. Vuole dire che si sono fatti male i conti… loro pensavano che tu ti bloccavi là”. Il tentativo di agguato avvenne in via Pulsano, a Manfredonia, ad opera di due persone a bordo di una Alfa Romeo Giulietta. La scaltra reazione dell’uomo ha sorpreso i sicari e fatto saltare i piani. Era convinto che la ‘spedizione punitiva’ veniva dal clan Romito-Ricucci, in risposta all’omicidio ai danni di Mario Luciano. Il suo obiettivo era vendicare subito l’offesa (“… quello è facile, facile togliere davanti a quel bastardo… va camminando da solo…”),  ma non ha mai avuto il placet dai vertici della famiglia Li Bergolis, clan cui l’uomo è ascritto. Circostanza che lo preoccupava: “… io devo morire, io devo mettere i soldi, io devo fare io devo dire e aspé che la pelle è la mia!”. Gli era stato, invece, imposto di “stare tranquillo” e di “stare con gli occhi aperti” anche se sarebbe stato difficile un secondo episodio del genere nei suoi confronti. Lui però covava vendette ed era arrivato a pianificare gravi ritorsioni verso più di una persona: ad uno “Me lo devo togliere il pallino, lo devo uccidere”; ad un altro voleva mettere dell’esplosivo sotto la macchina: “oh mette un po’ sotto la macchina… quei fatti… inc… quello di martedì…”.

I fratelli Luigi e Aurelio Luciani

Sono sempre le conversazioni telefoniche a fornire spunti investigativi. In una telefonata dell’aprile scorso, si fa riferimento alla famiglia Romito che si era impossessata “dell’intera piazza”. L’interlocutore riferisce una lamentela di Caterino: “Ci hanno solo usato questi cornuti…”. La conversazione prosegue tra le parti che continuano a parlare del 38enne “ormai abbandonato al suo destino”. I due raccontano che Caterino aveva riferito ad una terza persona, e questa li aveva fatti uccidere, aggiungendo che nell’evento avevano ucciso anche persone innocenti: “uccidi a quello… uccidi a quell’altro… quelli se ne sono accorti… dice… noi stiamo uccidendo le persone innocenti per fare il piacere a questi bastardi”.

Saverino 'Faccia D'Angelo' e Carlo Magno

Nella strage spunta l’ipotesi del coinvolgimento di Saverio Tucci, detto ‘Faccia D’Angelo’, assassinato il 10 ottobre, ad Amsterdam. Caterino era certo di essere, insieme a Tucci, in cima alla lista delle persone a rischio, nel mirino della consorteria criminale opposta. “Che ti ho detto io, il giorno che è morto Saverino: -Mo’ sono morto io, perché alla fine dei conti se era ancora vivo Saverino erano due che dovevano mantenere nel cervello loro tenevano due persone che dovevano uccidere, non una… quelli non hanno solo a me, quelli tengono anche ad altri, però la priorità era a me e a Saverino faccia d’Angelo”. L’uomo però fu ucciso in Olanda da Carlo Magno, manfredoniano reo-confesso: è lui – che nel frattempo ha iniziato un percorso di collaborazione con le forze dell’ordine italiane – ad aver ammesso nell’interrogatorio con il pm Gatti il suo coinvolgimento nei fatti del 9 agosto. A domanda: “(Tucci, nrd) Disse che faceva parte del gruppo…?” “Sì”, risponde. “… che aveva ammazzato Romito?”, risponde: “Bravo. Così…”.

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