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Impiegati comunali di San Nicandro sospesi dal servizio per concussione

Due dipendenti comunali sono accusati di concussione e tentata concussione in seguito a una serie di denunce fatte da anziani, stranieri e malati al comando locale dei carabinieri

redazione18 giugno 2012
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Avrebbero abusato della loro posizione lavorativa chiedendo indebitamente denaro ai cittadini per il rilascio di certificazioni ed il rinnovo dei documenti d’identità. Con l’accusa di concussione e tentata concussione in concorso, due dipendenti comunali di San Nicandro Garganico sono stati sospesi dal servizio.

I reati sarebbero stati perpetrati in danno di soggetti deboli: anziani, stranieri e malati.

LE INDAGINI - Le indagini dei militari della città garganica hanno avuto inizio nell’ottobre del 2011 quando un cittadino ha riferito di essersi recato presso gli uffici del Comune e di aver pagato una rilevantew somma di denaro per una normale pratica. Il dipendente comunale avrebbe persino sostenuto che gli stava facendo un favore.

Nel febbraio 2012, invece, una donna e un familiare si sono recati presso gli uffici comunali per ottenere due nuove carte di identità. L’impiegato avrebbe sostenuto che i documenti non potevano essere rilasciati per via del loro costo elevato, maggiore degli 11 euro previsti. Per il disbrigo di quella pratica la vittima avrebbe chiesto l'intervento di un funzionario.

Qualche mese prima, sempre alla donna, erano stati chiesti 1500 euro per il rilascio del certificato di famiglia integrale.

Come se non bastasse l’impiegato si era offerto di occuparsi del rilascio di un certificato di stato di famiglia dicendo alla signora che vi erano degli intralci burocratici, offrendosi, nel contempo, di occuparsene personalmente, riferendo anche che sarebbe stato disponibile a recarsi a casa sua probabilmente per spiegarle come poter risolvere il “problema”.

Un mese prima, sempre in caserma, un altro cittadino straniero aveva denunciato un caso analogo. L’uomo, dopo aver ottenuto la residenza, aveva richiesto la carta di identità italiana per lui e per la moglie. Un altro impiegato, avrebbe detto che vi erano delle difficoltà perchè sua moglie non aveva un regolare contratto di lavoro. Avrebbe pertanto richiesto il rilascio del numero di cellulare e lo avrebbe contattato telefonicamente dandogli un appuntamento.

L’impiegato si era impadronito dei documenti di identità stranieri del cittadino e della consorte con il pretesto di dover compiere delle verifiche. Privati senza una valida giustificazione di quei documenti, i coniugi non avevano potuto recarsi nel paese di origine. Alcuni giorni dopo l’impiegato ha consegnato le carte di identità italiane al malcapitato, aggiungendo che per il loro rilascio di quei documenti avrebbe dovuto pagare 250 euro ad un avvocato.

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San Nicandro Garganico
concussione

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    avv. Eugenio Gargiulo Da: Avv. Eugenio Gargiulo (eucariota@tiscali.it)

    L’acquisto di merce con marchio contraffatto configura solo un illecito amministrativo e non un reato penale!

    Le Sezioni Unite Penali della Cassazione, con la recente sentenza 8 giugno 2012, n. 22225, hanno precisato che esiste un rapporto di specialità tra l’illecito amministrativo e il reato penale, che esclude la rilevanza penale della condotta di chi acquista merce contraffatta

    I magistrati della Suprema Corte , nella loro recente pronuncia, hanno, infatti, affermato che “…non può configurarsi una responsabilità penale per il reato di ricettazione (art. 648 cod. pen.) o di acquisto di cose di sospetta provenienza (art. 712 cod. pen.) per l’acquirente finale di un prodotto con marchio contraffatto o comunque di origine e provenienza diversa da quella indicata, ma piuttosto l’illecito amministrativo previsto dal d.l. 14 marzo 2005, n. 35 ( conv. in l. 14 maggio 2005, n. 35, nella versione modificata dalla legge 23 luglio 2009, n. 99). Quest’ultima fattispecie va infatti considerata prevalente rispetto sia al delitto che alla contravvenzione previsti dal codice penale”.

    Il caso sottoposto al vaglio degli ermellini del Palazzaccio riguardava un imputato che era stato condannato dalla Corte d’Appello di Brescia per il reato di tentata ricettazione, avendo posto in essere atti idonei e diretti in modo univoco a ricevere un orologio “Rolex “contraffatto, senza tuttavia riuscire nel proprio intento a causa dei controlli doganali.

    Ravvisata l’ipotesi di particolare tenuità di cui all‘art. 648 comma 2, i giudici di appello avevano applicato una pena sostitutiva pari a 2.480 euro, riconoscendo altresì il diritto al risarcimento del danno, da liquidarsi in separata sede, a favore della società “Rolex”.

    Il legale dell’imputato aveva, così, proposto ricorso per cassazione, sostenendo che la condotta del suo assistito di acquisto di merce contraffatta ricadeva esclusivamente nell’ambito di applicazione dell’illecito amministrativo, di cui all’art. 1, comma 7 del d.l. n. 35 del 2005, che punisce con la sanzione pecuniaria da 100 a 7.000 euro “l’acquirente finale che acquista a qualsiasi titolo cose che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l’entità del prezzo, inducano a ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale“.

    E proprio sullo sfondo delle due diverse qualificazioni- quella di ricettazione, applicata dalla Corte d’Appello, e quella di illecito amministrativo, avanzata dal difensore dell’imputato – che prende forma un potenziale contrasto giurisprudenziale, oggetto dell’ordinanza di rimessione in Cassazione e ,adesso, risolto dalle Sezioni Unite .

    Per la Suprema Corte- spiega l’avv. Eugenio Gargiulo -  il rapporto di specialità tra le due norme, che porta ad affermare il principio di diritto secondo cui si esclude la rilevanza penale della condotta dell’imputato, trova fondamento:
    1) con riguardo al soggetto agente, che, mentre per i reati codicistici può essere “chiunque”, per l’illecito amministrativo può essere il solo acquirente finale;
    2) per l’oggetto, attesa la maggiore specificità delle “cose che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l’entità del prezzo, inducano a ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale” rispetto alle “cose provenienti da delitto” di cui all’art. 648 cod. pen.;
    3) per l’eliminazione della formula “senza averne accertata la legittima provenienza”, il cui venir meno consente di allargare l’ambito applicativo dell’elemento psicologico dell’agente, ammettendo indifferentemente dolo o colpa.
    Foggia, 18 giugno 2012    Avv. Eugenio Gargiulo

    il 18 giugno del 2012