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Maltrattamenti a minori: domiciliari e obblighi di dimora a educatrici di Rodi

Le dichiarazioni rese dai minori dimostrano l'abitualità di comportamenti di maltrattamento ai danni degli ospiti de "Il Melograno" per mano delle tre educatrici della cooperativa Sociale Nemesi di Rodi Garganico

redazione 3 luglio 2012
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Sulla vicenda della comunità “Il Melograno” di Rodi Garganico, il Collegio ha disposto la misura degli arresti domiciliari a carico di  S.A. (legale rappresentante della Coop. Sociale Nemesi) e la misura dell’obbligo di dimora per T.A.M. ed S.A.

IL CASO - Circa un anno fa la responsabile di anni 58, la coordinatrice di 41 e l’educatrice 32enne furono sottoposte agli arresti domiciliari o all’obbligo di dimora poichè ritenute responsabili, in concorso tra loro, dei reati di maltrattamento dei minori affidati alle loro cure, di sequestro di persona, di lesioni aggravate da motivi futili, crudeli ed abietti.

LA DENUNCIA - L’attività investigativa traeva il suo incipit da un esposto anonimo inviato al Procuratore Capo di Lucera che riferiva di maltrattamenti subiti dai minori, di età compresa tra i 4 e i 7 anni, presso la comunità “il Melograno” ad opera delle tre donne.

Gli immediati accertamenti permettevano di acclarare la veridicità della segnalazione, ragion per cui vennero subito assunte informazioni dalle persone ritenute informate dei fatti.

LE TESTIMONIANZE - I minori venivano escussi a sommarie informazioni presso la scuola elementare da loro frequentata confermando la tesi avanzata dalla segnalazione anonima. Gli stessi confermavano le percosse, le umilianti punizioni e le pesanti ingiurie subite (pu....., ricchione, pezzo di m....., tu puzzi, scemo cretino, ecc…). Si registra anche un episodio in cui una bambina venne fatta girare nuda tra i ragazzi mentre piangeva.

Durante l’audizione effettuata alla presenza del pubblico ministero della Procura di Lucera ed del Giudice del tribunale per i minorenni di Bari, i bambini manifestavano terrore e, piangendo, supplicavano di non riferire nulla alla direttrice, altrimenti avrebbero subito ulteriori percosse. Le misure cautelari venivano emesse dal G.I.P., presso il Tribunale di Lucera.

LA DECISIONE DEL G.I.P. - Successivamente il G.I.P  revocava le misure cautelari  riqualificando le condotte delle indagate nel reato di eccesso dei mezzi di correzione in quanto aveva appurato che seppure i minori, di fatto, non si trovavano bene nella struttura “Il Melograno”, tuttavia, a riguardo, si poteva ipotizzare il reato meno grave dell’abuso dei mezzi di correzione.

L’APPELLO - Avverso questa ordinanza in data 11.08.2011 il P.M. sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lucera, titolare delle indagini, proponeva appello.

Il Tribunale di Bari – Sezione Riesame, a giugno ha accolto parzialmente l’appello proposto dal Pubblico Ministero.

Il Collegio ha evidenziato che, nonostante alcune dichiarazioni discordanti e qualche discrasia nella ricostruzione dei fatti, sostanzialmente le dichiarazioni rese dai minori dimostrano l’abitualità di comportamenti di maltrattamento ai danni degli ospiti della comunità per mano delle tre educatrici.

Per il Collegio, infatti, la vicenda in questione non appare compatibile con il reato di abuso dei mezzi di correzione, considerato che i mezzi “educativi” adoperati, quali percosse e maltrattamenti fisici e psicologici, sono oggettivamente incompatibili con l’attività educativa.

Inoltre, il Tribunale osserva che persiste il pericolo di reiterazione di reati della stessa indole, e ciò in considerazione della circostanza che le condotte perpetrate dalle indagate a carico delle parti offese, sono caratterizzate dalla continuità e durata nel tempo, da una particolare odiosità in considerazione del fatto che le parti offese sono generalmente provenienti da famiglie problematiche e con alle spalle storie traumatiche.

In aggiunta, ancora, il tribunale evidenzia che, nonostante “Il Melograno” sia attualmente chiuso, le indagate risultano essere comunque operanti all’interno della coop. Sociale Nemesi che svolge attività del tutto assimilabili a quelle esperite dalla comunità.

 

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1 Commenti

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  • Avatar anonimo di avv. Eugenio Gargiulo

    avv. Eugenio Gargiulo Da: Avv. Eugenio Gargiulo (eucariota@tiscali.it)

    E’ lecito definire “lanacaprinista” l'avvocato che si perda in “inutili disquisizioni”!

    Non commette reato chi accusa di pedanteria l’avvocato che faccia perdere tempo con questioni di “lana caprina”, attardandosi in disquisizioni inutili, sottili e oziose.
    E’ lecito, quindi, in tale circostanza, apostrofarlo con il termine di “lanacaprinista”.

    E' quanto ha affermato la quinta sezione penale della Corte di Cassazione, secondo cui non è reato mettere in evidenza l'altrui pesantezza nelle discussioni.

    Nel caso sottoposto al vaglio degli ermellini di Piazza Cavour, il termine, che si assumeva offensivo, era stato riferito ad un avvocato che era solito perdersi in una "inutili astrazioni concettuali”.

    L'epiteto di “lanacaprinista” era stato, altresì, pubblicato su un periodico. Secondo la Suprema Corte (Sentenza n. 24118/2012) anche se il termine può aver “urtato” la suscettibilità dell'avvocato, che era stato così apostrofato, non può, però, considerarsi come avente una valenza denigratoria!

    Come si ricostruisce dal testo della sentenza del Palazzaccio, sul periodico “l'Informatore” si era scritto: "l'avvocato pensi a fare il penalista non il lanacaprinista”. Ne era scaturita una denuncia penale e sia il direttore del periodico, sia l'autore dell'articolo erano “finiti sotto processo” per il reato di diffamazione.

    Condannati in primo grado e, poi, assolti dalla Corte d'Appello di Bari, la procura si era rivolta in Cassazione. Bocciando il ricorso, la Suprema Corte ha evidenziato nella sua pronuncia che "il termine lanacaprinista rimanda alle “questioni di lana caprina” di cui vengono accusati coloro che si attardano in dispute sottili e oziose, che non hanno alcuna rilevanza concreta".

    In sintesi, con questo termine, si vuole designare "una persona priva di senso pratico, che disputa per il piacere di discutere e di sottilizzare, senza che la sua fatica, correlativa a quella degli ascoltatori, presenti un costrutto apprezzabile"

    Certamente, precisa la Cassazione, si tratta di un termine "poco felice", ma deve considerarsi simile ad altri ugualmente diffusi, quali "sofista”, filosofo e via dicendo, che denotano la tendenza all'astrazione e alle complicazioni inutili".

    Insomma se una persona è pedante non può, poi, sentirsi offesa quando la sua pedanteria gli venga rinfacciata!!!
    Foggia, 3 luglio 2012    Avv. Eugenio Gargiulo

    il 3 luglio del 2012