Sangue, estorsioni, intimidazioni, collusi e omertosi: così la Piovra mafiosa stava consumando Foggia

I dettagli dell'operazione Decima Azione che ha portato all'arresto di trenta persone dei clan Sinesi-Francavilla e Moretti-Pellegrino. Scoperto business dei morti, estorsioni a imprenditori e negozianti, di slot e sale scommesse. Pressioni sul Foggia Calcio

Il procedimento di oggi nasce dalla destabilizzazione degli assetti societari messi in crisi  dall'operazione Corona del 2013, che aveva piegato i già fragili equilibri tra le due batterie foggiane generando una nuova e sanguinosa guerra di mafia tra i Sinesi-Francavilla e i Moretti-Pellegrino, che nel biennio 2015-2016 ha fatto registrare un copioso numero di vittime, si pensi agli omicidi di Rocco Dedda e Roberto Tizzano, o al tentato omicidio di Vito Lanza. Esordisce così l'ordinanza che ha portato in carcere 30 elementi di spicco della criminalità organizzata foggiana.

Al centro del conflitto la leadership che avrebbe consentito di gestire la cassa comune e di impossessarsi della lista delle estorsioni, documento nel quale erano analiticamente indicate le persone sottoposte alle richieste del pizzo. L'attività di indagine ha consentito di accertare come la Società Foggiana - nel corso degli anni - ha progressivamente abbandonato una dimensione esclusivamente cruenta per assumere le vesti di associazione mafiosa in grado di inquinare con le proprie infiltrazioni il tessuto economico e sociale della città, perseguendo la strada di una mafia imprenditoriale, attiva nel settore dei reati contro il patrimonio, in materia di armi, droga e anche alterazione della regolarità delle competizioni sportive.

Le indagini di polizia e carabinieri hanno permesso di appurare, tra le altre cose, la realizzazione a tappeto da parte di esponenti dei due clan, di estorsioni nei confronti dei commercianti costretti a versare, mensilmente, somme di denaro. In questo modo è stato squarciato quel velo di omertà che aleggiava sugli imprenditori che si erano ben guardati - tranne poche eccezioni - dal rivolgersi alle forze dell'ordine per denunciare i plurimi taglieggiamenti di cui erano stati vittime, per il timore di subire atti ritorsivi.

L'attività di indagine ha evidenziato come le persone offese erano ben consce della caratura criminale dei soggetti che formulavano le richieste estorsive, ed in particolare del loro carisma derivante dall'appartenenza alla Società Foggiana, circostanza che ha indotto le stesse ad assumere un atteggiamento reticente anche con le stesse forze dell'ordine. In altri termini, è emersa la realizzazione sistematica di una vera e propria attività predatoria da parte degli odierni indagati che al fine di affermare il proprio predominio hanno imposto non solo il pagamento mensile di somme di denaro ma hanno anche obbligato i commercianti ad effettuare prestazioni professionali gratis, agendo quindi come veri e propri parassiti. Le somme servivano per pagare "gli stipendi"

L'Ufficio di Procura ha riscontrato le ipotesi accusatorie sulla base di una analitica ed esaustiva valutazione degli elementi di indagine, rappresentati dalle numerose conversazioni intercettate, anche ambientali, che hanno evidenziato come la Società Foggiana sia soggetto camaleontico capace di infiltrarsi nel tessuto economico e sociale del capoluogo dauno, avvalendosi di imprenditori, professionisti ed appartenenti alle istituzioni, collusi, riciclando i proventi dello spaccio di droga e delle altre attività illecite realizzate mediante l'intimidazione violenta e di natura estorsiva finalizzata a garantire il controllo del territorio.

Questi i dati caratterizzanti la Società Foggiana: la suddivisione in batterie, coagulate per gruppi familiari, tali da assicurare un forte collegamento tra i rispettivi membri; la determinazione degli equilibri attraverso la regola del più forte, ovvero la eliminazione fisica degli avversari; la creazione di sistemi centralizzati di gesione degli illeciti proventi per assicurare la ripartizione dei guadagni tra i sodali in libertà, destinatari dello stipendio, e di quelli arrestati, mediante l'assunzione delle spese di mantenimento e di assistenza legale; il controllo capillare delle atttività economiche mediante una attività estorsiva a tappeto.

Importanti, ai fini della inchiesta, si sono rivelate anche le dichiarazioni rese dai numerosi collaboratori di giustizia che riferivano di aver fatto parte di associazioni criminali di stampo mafioso, non solo di Foggia ma anche di clan operanti in altre aree geografiche, indicando le modalità di affiliazione, i nominativi delle persone che ne facevano parte e fatti e circostanze di rilevanza penale. Altra peculiarità del procedimento che ha portato agli arresti di oggi, la progressiva implementazione ed il graduale arricchimento del patrimonio di conoscenze in ordine ai fenomeni criminali riferiti dai collaboratori attraverso dei riscontri.

Trenta arresti: la conferenza stampa

Trenta arresti, “avrebbero dovuto essere 31 se Rodolfo Bruno non fosse stato ucciso quindici giorni fa”. Trenta arresti che “disarticolano”, “decimano”, fanno “tabula rasa”, della criminalità foggiana, certificando l’esistenza nel capoluogo dauno della “quarta mafia”. Capo di imputazione per tutti: associazione di stampo mafioso. “Spero sia chiaro una volta per tutte, soprattutto ai media, che continuano a confondere la società foggiana con la Sacra Corona Unita”. Il procuratore capo di Bari, Giuseppe Volpe, è tranchant nella conferenza stampa indetta questa mattina per illustrare 'Decima Azione', l’operazione che ha decapitato le due batterie più importanti in città, Francavilla/Sinesi e Moretti/Pellegrino (Tolonese è in caduta libera dopo le operazioni che l’hanno azzoppata), in guerra al loro interno ma caratterizzata da una caratteristica forte e pericolosa: il consociativismo.

Conflitti e consociativismo

E’ insieme che praticano le estorsioni “a tutti i settori della città”, è insieme che si dividono il bottino (“la cassa comune”), è insieme che decidono quanto un imprenditore deve dare e chi deve riscuotere, è insieme che fanno affari all’esterno, con altre mafie italiane, permeando i diversi settori dell’economia. Su Foggia si finanziano e lo fanno attraverso le estorsioni. Il pizzo e il traffico di droga. “Per la prima volta” dichiara Giuseppe Gatti, sostituto procuratore della Dda di Bari, “abbiamo trovato il documento dell’elenco delle estorsioni: una vera e propria tassa di sovranità, sono riportati nomi, cognomi, importi, diffide, messe in more, rinnovi, come una vera e propria società di riscossione tributi”. Pizzo anche al Foggia Calcio, costretto ad assumere calciatori. Pizzo capillare, a tutti. E connivenze: è l’aiuto proveniente da funzionari comunali, dicono gli inquirenti, a consentire di fare business nel settore dei morti. Tutto in comunione.

E per ristabilire gli equilibri interni ed evitare che qualcuno faccia il furbo, sparano. Si sparano. Si autoeliminano. Il sangue è caratteristica pregnante di questa mafia. Ne sono rimaste poche a farne versare a fiumi. A Foggia la società lo fa ancora. In conferenza stampa vengono ricostruiti gli omicidi e i tentati omicidi che hanno contrassegnato gli anni 2015/2016. Si meditano finanche progetti omicidiari nei confronti di agenti di Polizia.

Poi accade che qualcuno decide di collaborare, due grossi imprenditori in particolare. Lunga e sinergica l’attività investigativa degli ultimi anni, “basti pensare – dice Volpe - che le ordinanze d’arresto rivengono da unidici procedimenti diversi”. Otto minuti l’operazione delle forze dell’ordine questa mattina: otto minuti. Dalle 4.00 alle 4.08. A quell’ora avevano già tutti le manette ai polsi. In una città piccola, “dove i criminali hanno occhi e orecchie dappertutto, nessuno ci aspettava. E’ stata una sorpresa” commenta il colonnello Aquilio.

Foggia Calcio

“Questa indagine – ha rivelato Volpe - ha dimostrato che oltre ad imprese edili, alimentari, alla gestione scommesse, la penetrazione ha riguardato addirittura il mondo del calcio: si è imposto alla società Foggia Calcio di assumere calciatori che poi non erano all’altezza del compito e sono stati dirottati su squadre minori, però intanto questi personaggi legati a esponenti della criminalità organizzata sono stati imposti alla società Foggia Calcio.

La Società e l’Organismo centrale di disciplina

Per il Procuratore Cafiero de Raho “ci troviamo di fronte ad un’associazione mafiosa, con vincolo familiare, che replica il meccanismo ‘ndranghetista, con rituali di affiliazione e gerarchia. Dice uno degli intercettati: “se ammazzi, puoi salire di grado e arrivare a prendere anche 6mila euro al mese”. Hanno una cassa comune. Anche se le batterie in contrasto tra loro, con omicidi e tentati omicidi, questi avvengono soprattutto per disciplinare rapporti economici. Nella cassa comune versano proventi estorsioni, strumento che viene utilizzato a tappeto: pagano tutti. Solo pochi coraggiosi imprenditori hanno denunciato, a loro va tutto nostro appoggio, alcuni sottoposti a protezione. Alcuni sono stati avvicinati ripetutamente anche con kalashnikov e costretti a pagare fino a 200mila euro al mese. La Società utilizza metodi violenti, con armi. Si distingue rispetto alle altre mafie, che hanno tutte abbracciato la strategia della sommersione, perché qui si spara. E la guerra di mafia è finalizzata a regolare gli affari e la suddivisione dei profitti. Esiste  - continua De Raho - una sorta di organismo centrale di disciplina, all’interno del quale rientrano esponenti delle famiglie della società. Sono questi aspetti che rendono la società foggiana ancora più pericolosa. Sono uomini che gestiscono fuori foggia con altre organizzazioni altri affari. E questo è un altro aspetto importante: le mafie oggi non lavorano da sole. C’è la commistione di affari comuni, e non solo criminosi, comprano assieme e pro quota nel traffico di cocaina ma lavorano insieme anche in altri comparti dell’economia con imprese schermate. Ma operano assieme. Ecco perché sono pericolose”.

Vaccaro, il procuratore della “Procura più scomoda d’Italia” come è stato definito da Volpe, ha annunciato come quella di oggi sia solo l’inizio: “Decima Azione” perché colpisce i vertici di tutta la Società foggiana e delle diverse batterie. Avremo presto altre operazioni. Ci auguriamo che questo aiuti i cittadini a venire fuori e a denunciare. Perché quando saranno tanti, nessuno sarà in pericolo.

Il dott. Giuliano della Polizia di Stato ci ha tenuto a sottolineare come l’operazione di oggi venga da lontano. Questo è il risultato di una pressione investigativa che l’AG sta svolgendo da anni, alcuni fatti contestati risalgono al 2015, oggi si raccolgono risultati. Voglio sottolinearlo perché a volte si può percepire disattenzione nei confronti del territorio, invece no, i fatti sono sempre stati presi molto seriamente e l’attività investigativa è stata ininterrotta.

Trenta arresti in otto minuti

Foggia è una città piccola e riuscire a giocare sul fattore sorpresa, andando ad arrestare criminali che vivono a Foggia, che hanno rete di informazioni in tutta la città., che hanno occhi ed orecchie ovunque, che osservano le nostre caselle e si rendono conto di quando sta per succedere qualcosa, non è semplice – rileva il colonnello dei Carabinieri, Marco Aquilio -: ebbene, questa notte, quasi duecento tra carabinieri e poliziotti sono riusciti in gran silenzio ad organizzarsi e a colpire senza che si accorgessero di nulla. Alle 4.00 era il momento fissato per irruzione. Alle 4 e 8 minuti tutte le persone avevano le manette ai polsi. 8 minuti per mettere assieme duecento uomini e lavorare in maniera omogenea sui procedimenti di azione, perché era operazione delicata, parliamo di persone armate, non ci aspettavano, erano tutti sorpresi.”.  "Noi riteniamo di aver restituito alla città di Foggia il colore azzurro al cielo, togliendo quella cappa di grigio che incombeva sui commercianti e sugli imprenditori che erano condizionati dai mafiosi che imponevano il pezzo" il commento del questore Mario Della Cioppa.

Il libro delle estorsioni e il business del morto

Ma è al sostituto procuratore della Dda Giuseppe Gatti entrare più nel merito: parte dall’operazione Bacardi, nel 1976, evento delittuoso che ha segnato la nascita società foggiana. “Qual è la caratteristica fondante? Aver sempre saputo coniugare tradizione e modernità, ossia familismo  e la ferocia spregiudicata di memoria cutoliana. Oggi viene fuori una assoluta continuità dal punto di vista strutturale e funzionale tra ieri e oggi, continuità nel nome di Giosuè Rizzi, ad esempio, detto il Papa, tra gli arrestati oggi abbiamo suo nipote Rizzi Fausto; restano i vincoli assistenziali ai detenuti, la cassa comune, abbiamo sequestrato soldi per 30mila euro a Bruno Rodolfo, altri 30 in assegno, ci sono gli stipendi da pagare e lo si fa con l’attività estorsiva. Le guerre si fanno solo per ristabilire equilibri  interni ma all’esterno c’è consociativismo. Importanti sono state le intercettazioni in questo senso (“da che mondo e mondo i soldi si sono sempre divisi, mille euro per uno a tutti quanti”), “quando qualcuno ha provato a prendere il sistema in mano da solo, è stato ucciso”. L’estorsione ambientale è il modo tipico con cui società opera sul territorio, che trae radici nella fortissima capacità di intimidazione: “tieni due ore di tempo per smontare tutte cose, prepara 50mila euro o ti devo uccidere”. E poi le vittime: si pensa al dibattimento, a come farle ritrattare, “al dibattimento ci dobbiamo vedere, devono venirmi ad accusare”. Così si spiega il senso dell’omertà assoluta. “In questa indagine per la prima volta nella storia dei processi alla mafia foggiana – rivela Gatti- abbiamo trovato il documento della lista delle estorsioni, che abilita il soggetto portatore a pretendere il pizzo. Figurano nomi, cognomi, importi, scadenze, diffide, rinnovi, messe in mora, il meccanismo tipico delle concessionarie di tributi, una vera e propria tassa di sovranità”.

“Abbiamo intercettazioni fortissime sulle imprese funerarie e di movimento terra, si parla delle mille euro a morto, “non mi devi dare più 500 euro ma 50 euro a morto”: perché? Perché avevano degli agganci al Comune ed attraverso qualche funzionario infedele sapevano quando e dove morivano le persone”. “Tutto il mese mi dice quanti morti ha fatto”. E poi i  costruttori, “ho detto se non stai vendendo, neanche costruisci”. Le sale scommesse, anche quelle gestite dai parenti pagavano. Il giro delle macchinette. Assunzioni imposte nel Foggia Calcio, alterazioni delle corse dei cavalli”. “Un quadro profondamente agghiacciante dal punto di vista della potenza mafiosa” dichiara Gatti.

L’estorsione al Don Uva

Secondo il pm Laronga per capire il livello di sfrontatezza, particolarmente significativa è l’estorsione fatta in danno dei gruppi imprenditoriali che hanno acquisito il Don Uva. Siamo nell’ottobre dello scorso anno, il pizzo è di grossi importi. Nel momento in cui la persona avvicinata prospetta la denuncia, uno dei due tira fuori il cellulare e dice “chiama il 113 e fammi arrestare, dopo di me arriveranno altri dieci”. “Capite  - continua Laronga - la forte potenza intimidatoria derivante da vincolo associativo”. Dichiarazioni analoghe a quelle per il Don Uva si ricavano da imprenditore agricolo che ci ha detto che le “famiglie di Foggia” avevano deciso che la somma da versare era pari a 200mila euro”.

2015-2016, una lunga scia di sangue

Gli equilibri interni si preservano a colpi di pistole e fucili. Allarmante il biennio 2015-2016. Tutto nasce nel settembre 2015 con l’agguato a Mario Piscopia (ancora non individuati i responsabili), subito dopo, il 17 ottobre 2015, si risponde con il tentato omicidio di Vito Bruno Lanza, agli organi apicali della batteria Moretti/Pellegrino. Vengono individuati esecutori materiali dell’agguato, Biscotti Luigi e Spinelli Ciro, che appartengono alla batteria contrapposta. Decisive le intercettazioni e le videoriprese. Segue il tentato omicidio in danno di Bruno Angelo, il 7 novembre 2015, legato ai Sinesi/Francavilla. Il 17 novembre 2015 omicidio di Luigi De Stefano, in relazione al quale non sono stati individuati i responsabili. Segue tre giorni dopo l’agguato a Falco Mimmo, alle 17.45, nel centro cittadinio: esplosi colpi alle spalle, vicino a Falco si trovava un bambino in cui si imbatte il killer che viene rimproverato dai sodali “ma tu non sei buono a sparare”, lui si difende: “c’era un bambino balengo”. Bambino che ha assistito alla sparatoria. Nell’ordinanza di oggi è stato attinto uno degli esecutori materiali, Tizzano Fabio.

Subito dopo, il 23 gennaio 2016, l’omicidio di Rocco Dedda, per cui è stato arrestato Giuseppe Albanese. Anche qui abbiamo un bambino: Dedda viene ucciso all’ingresso della propria abitazione, apre la porta e sparano. Il figlio minore, sulla porta accanto a lui, assiste all’episodio, non viene colpito fortunatamente. Viene invece colpito un minore il 6 settembre 2016, Mario Francavilla, figlio di Antonello, nipote di Roberto Sinesi. In risposta all’agguato Dedda, si verifica l’agguato in danno di Roberto Sinesi: nella sua auto si trovavano la figlia e il nipote, che per pura fortuna non hanno avuto coonseguenze più gravi, solo un colpo alla spalla. E’ significativo come l’esplosione di colpi d’arma sia stata robusta e come fosse nota la la circostanza ai killer che Roberto Sinesi aveva la consuetudine di uscire con il nipote. A casa di Sinesi Francesco, che si trovava ai domiciliari si organizza una reazione a questo episodio, che era di una “gravità inaudita”. La frase che viene pronunciata da Sinesi Francesco è “Non devono uscire più di casa”.

Risposta che avviene il 29 ottobre 2016, all’interno del bar h24, con il ricorso ad un’arma potente come un fucile calibro 12: il commando entra nel bar, spara all’impazzata, il destinatario, Giuseppe Albanese, riesce a scappare ma muore Roberto Tizzano, viene ferito Roberto Bruno, nipote prediletto di Ciro Lanza. Un punto delle intercettazioni è illuminante e lo restituisce Iole Lo campo, fidanzata del morto, che in casa dice: “Beh, un morto e un morto ci stava sempre nella famiglia”. Una sorta di reazione attesa, dunque, per l’agguato ai danni di Roberto Sinesi.

La presenza di minori non scoraggia

Un altro agguato è stato praticamente sentito in diretta, “perché abbiamo sentito la sventagliata della mitraglietta”. 7 gennaio 2016 viene gambizzato sulla pubblica via Michele Bruno, legato ai Moretti Pellegrino, che non a caso subito dopo l’agguato vanno a casa di Vito Bruno Lanza e nelle intercettazioni si sente che era presente un bambino: “meno male che c’era quel bambino e quello non era buono a sparare”.

"Siamo solo all'inizio"

"Lancio qui un appello alla società civile foggiana - ha dichiarato oggi il procuratore capo di Foggia, Ludovico Vaccaro -, alziamo la testa: basta subire estorsioni ed assoggettamento. Riconquistiamo il territorio e ristabiliamo la legalità: questi sono gli obiettivi. Conosco la mia gente, si è piegata ma reagirà. Forse aspettava un segnale e questo lo è. Avremo presto altre operazioni. Ci auguriamo che questo aiuti i cittadini a venire fuori e a denunciare. Perché quando saranno tanti, nessuno sarà in pericolo. Sono felice oggi, lo Stato ha trionfato. Abbiamo vinto una battaglia, sia per il numero delle persone che sono state attinte, sia per lo spessore dei soggetti, operazione che fa tabula rasa, decimazione, della criminalità foggiana. Sono elice ed ottimista".

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