"Ci chiamano eroi, ma solo se non abitiamo vicino". Lo sfogo di Chiara, infermiera positiva al Covid: "La convivenza è impossibile"

L'infermiera a FoggiaToday: “Ho contratto il virus sul lavoro, è una malattia che mi è capitata, non sono andata a cercarla. Non capisco perché tutta questa rabbia nei miei confronti”. La vicenda

Immagine di repertorio

“Ci dedicano i cori e gli applausi, ci chiamano eroi. Ma solo se non abitiamo nello stesso condominio”. Nelle parole di Chiara (nome di fantasia) c’è tanta rabbia e delusione. Lei, giovane infermiera in servizio in reparto Covid del plesso ospedaliero ‘Colonnello D’Avanzo’ di Foggia, ha contratto il virus sul lavoro e da quando lo hanno scoperto gli altri inquilini dello stabile la convivenza nel palazzo è diventata impossibile.

“Ho contratto certamente il virus sul lavoro”, spiega l’infermiera al suo primo incarico lavorativo. “E’ una malattia che mi è capitata, non sono andata a cercarla. Quindi non capisco perché tutta questa rabbia nei miei confronti”, confessa la giovane donna a FoggiaToday. “La paura porta le persone a perdere umanità e a calpestare chi è in difficoltà”. Ma andiamo con ordine.

Laureata a novembre dello scorso anno, Chiara stava per partire per un’esperienza lavorativa in Germania quando è stata chiamata in forza al Policlinico Riuniti per l’emergenza Coronavirus. Si sistema in un appartamento in zona ospedale grazie “ad un’amica di un’amica”. Stipulano un contratto di comodato d’uso gratuito stabilendo, sulla carta, che la proprietaria sarebbe potuta rientrarne in possesso in qualunque momento, “ma in parola avevamo concordato che sarei rimasta pochi mesi, fino a settembre”.

“Era marzo. Dopo alcune settimane di lavoro, è stato aperto il primo reparto Covid a Foggia ed io mi sono resa subito disponibile: era un’esperienza lavorativa importante, volevo rendermi utile”, continua. “Non so quando abbia contratto il virus. Non avevo sintomi, se non la sensazione di ‘naso chiuso’ che però addebitavo alla mia rinite allergica. Così fino al 17 aprile, quando il primario del reparto ha sottoposto tutti a tampone: solo allora ho scoperto di essere positiva al Coronavirus”.

E’ iniziata, quindi, la quarantena in casa per la giovane infermiera, il suo fidanzato (negativo al Covid) e il loro cane, “costretto ad espletare i suoi bisogni da solo: il mio ragazzo gli apriva il portone e lui usciva e tornava”. Tra alti e bassi, e sostanzialmente nell’anonimato, sono passate le prime due settimane di isolamento. Poi, a inizio maggio, arriva l’equipe sanitaria “tutta bardata” per effettuare il secondo tampone. “Era sera, era tardi. La dottoressa ci chiede di scendere per effettuare il tampone. Da quel momento in poi è iniziato il putiferio”, continua.

“Durante la procedura alcuni condomini si sono trovati a entrare o uscire dal portone. La dottoressa ha regolato i passaggi spiegando che, senza un contatto ravvicinato e prolungato (almeno 15 minuti) non si corrono rischi, ma è stato inutile”, continua Chiara. Lei è risultata ancora positiva e sottoposta a nuovo isolamento (in corso), il suo compagno sempre negativo. “La mattina seguente mi chiama la padrona di casa tutta allarmata chiedendomi cosa stesse accadendo, perché il condominio si stesse ribellando. Nonostante l’ok dell’autorità sanitaria, sono stata costretta a interrompere la convivenza con il mio ragazzo perché il condominio temeva che lui potesse veicolare il mio virus all'esterno”.

“Mi sono sentita obbligata ad effettuare, a mie spese, la sanificazione dell’area (183 euro) tre giorni dopo l’intervento. Da infermiera so bene che, trascorso quel tempo, la sanificazione era inutile, ma l’ho fatto per tranquillizzare gli altri. Ero sola, i miei genitori non potevano raggiungermi, ho cercato una mediazione. Sono stata malamente rimproverata perché ero uscita sul balcone (ne avevo la facoltà) senza mascherina. Sono stata minacciata di essere denunciata e qualcuno ha anche chiamato la polizia (difatti sono stata contattata dalla questura per una verifica)”. In tutto ciò arriva anche la richiesta, da parte della proprietaria di casa: “Aveva bisogno di rientrare in possesso della casa e delle sue cose”, spiega Chiara. “Ma io, finché non mi negativizzo, non posso lasciare questo domicilio. E, mi creda, sarà la prima cosa che farò terminato questo incubo”.

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Ora la giovane infermiera ne parla a mente fredda, "ma ho sofferto molto", confessa. "Mi sono tuffata a capofitto in questa esperienza lavorativa, ho visto i segni profondi che questa malattia lascia soprattutto negli anziani soli. Sono certa che per molte vittime di Coronavirus la solitudine ha giocato un ruolo decisivo. Oggi so cosa si prova. Ho scoperto una grande famiglia nei colleghi di reparto che, pur conoscendomi da pochissimo, mi hanno sostenuta, incoraggiata e mi hanno persino portato la spesa. Ma ho anche vissuto sulla mia pelle il pregiudizio, la paura che diventa cattiveria, il sentirsi capro espiatorio di paure e frustrazioni”. In attesa dello sperato doppio tampone negativo (e di un nuovo domicilio), cosa avrà imparato da questa esperienza? “Un grande insegnamento sul modo di intendere il mio ruolo e il mio lavoro: la comprensione, la carezza, la vicinanza sono importanti quanto, se non più, della terapia”.

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