Commando paramilitare assalta furgone portavalori sulla Statale 16 bis: dna incastra uno dei rapinatori

Si tratta del 41enne andriese Carmine Fratepietro, già noto alle forze dell'ordine. L'uomo è ritenuto tra i responsabili della rapina avvenuta il 29 febbraio 2016, quando un commando paramilitare assaltò un furgone portavalori dell'I.V.R.I. diretto a Lucera

Il furgone IVRI assaltato dal commando

Nei giorni scorsi i Carabinieri della Compagnia di Cerignola hanno arrestato Carmine Fratepietro, già noto pregiudicato andriese di 41 anni. Nei suoi confronti è stata eseguita un'ordinanza di custodia cautelare in carcere disposta dalla Sezione del Riesame del Tribunale di Bari su richiesta della Procura della Repubblica di Foggia, che aveva fin dall'episodio incriminato diretto le indagini, perché ritenuto essere uno dei membri del commando paramilitare che il 29 febbraio 2016, lungo il tratto della Statale 16 bis ricadente nel territorio comunale di Trinitapoli, aveva assaltato in pieno giorno un furgone portavalori dell’I.V.R.I. di Bari, riuscendo ad impossessarsi di ben 728.665 euro.

Nella mattinata di quel "particolarissimo" giorno un furgone portavalori dell’I.V.R.I., partito da Bari e diretto a Lucera, stava percorrendo la S.S. 16 bis quando, appena superato lo svincolo di San Ferdinando Sud, era stato affiancato da una Mercedes ML nera, con i vetri oscurati e con a bordo cinque rapinatori che, esplodendo decine di colpi di kalashnikov, ne avevano forato gli pneumatici e mandato in avaria il motore fino a fermarlo. Altri rapinatori, tutti vestiti con tute nere e travisati con passamontagna, erano subito sopraggiunti a bordo di altre tre autovetture, circondando il mezzo blindato. Così schierati, avevano intimato alle guardie giurate asserragliate all'interno del blindato di tenere le mani in vista, esplodendo a scopo intimidatorio numerosi altri colpi di kalashnikov contro il parabrezza e la carrozzeria del veicolo.

Mentre questo gruppo si occupava direttamente del furgone, un'altra squadra aveva intanto provveduto ad isolare il tratto di strada interessato, sia per impedire la fuga ai "vigilantes" assediati sia per impedire l'arrivo dei soccorsi. Tre auto, un furgone, un autocarro ed un autoarticolato erano infatti stati posti a sbarramento, alcuni dei quali dati anche alle fiamme, a monte del furgone, a valle sulla carreggiata opposta, sullo svincolo più vicino e sulle due complanari, e decine di chiodi artigianali a quattro punte erano stati disseminati sul manto stradale ad ulteriore impedimento a chi fosse riuscito a raggiungere il luogo dell’assalto.

L’operazione era durata in tutto cinque minuti circa, concludendosi con l’apertura, grazie ad un potente flessibile professionale, di una fessura nella blindatura sufficiente per sfilare dal vano di carico alcuni sacchetti di contanti, stimati successivamente in 725.655 euro. Una bella somma davvero, ma ben inferiore al totale complessivamente trasportato, ammontante a circa 3 milioni di euro, destinati ad uffici postali, filiali bancarie ed attività commerciali della provincia di Foggia, ai quali il preparatissimo gruppo paramilitare aveva dovuto però rinunciare a causa dell'entrata in funzione del congegno di sicurezza che aveva in pochissimo tempo saturato tutto il vano di carico con una schiuma a presa rapida.

Al termine dell'assalto il gruppo si era infine dileguato verso Foggia a bordo di quattro autovetture, rinvenute poco dopo, a breve distanza dal luogo della rapina, e risultate poi, come tutti i veicoli utilizzati, rubate nelle settimane precedenti.

Per quanto invece riguarda la condizione delle guardie giurate, fortunatamente, nonostante le decine di colpi sparati da più fucili d'assalto, solo una di loro aveva riportato appena una lussazione ad una spalla ed una lesione ad un ginocchio.

Le complesse indagini, svolte dai Carabinieri della Compagnia di Cerignola sotto la direzione della Procura della Repubblica di Foggia, durate circa un anno, avevano poi consentito di raccogliere gravi indizi di colpevolezza a carico di Fratepietro, ritenuto responsabile, von almeno altre dieci persone ancora in corso di identificazione, dei reati in concorso di rapina aggravata, detenzione e porto abusivo di armi da guerra e ricettazione.

In più, nel corso del sopralluogo i Carabinieri della Sezione Investigazioni Scientifiche del Comando Provinciale di Foggia avevano poi repertato anche del materiale biologico in uno dei mezzi usati dal commando, che, grazie agli accertamenti tecnici svolti dei colleghi del R.I.S. di Roma, aveva confermato la partecipazione dell'indagato all'assalto appena ricordato. Nel corso degli stessi accertamenti, gli stessi laboratori chimici e biologici dell'Arma avevano anche fatto emergere che lo stesso profilo genetico era già stato repertato anche sul luogo di altre due rapine commesse da veri e propri "commandos paramilitari", una avvenuta a Bari nell’ottobre 2015 ai danni di due furgoni portavalori dell’I.V.R.I., ed una in provincia di Siena nell’aprile 2016 ai danni della sede della “Securpol Group”.

Era così stato possibile raccogliere gravi indizi di colpevolezza a carico del 41enne anche in relazione a quelle due rapine, per le quali era quindi stato arrestato nel 2017 in esecuzione di due distinte misure cautelari, dai Carabinieri di Bari e di Siena. A conferma che la banda armata fosse sempre la stessa erano arrivati anche gli accertamenti balistici effettuati sempre dai Carabinieri del R.I.S. sugli oltre 40 bossoli di kalashnikov rinvenuti sul luogo dell’assalto di Trinitapoli, i cui esiti avevano stabilito che tre dei fucili mitragliatori usati per la rapina del 29 febbraio 2016 erano stati utilizzati anche nell’assalto ai portavalori avvenuto nel 2015 a Bari.

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Nei confronti di Fratepietro Carmine i Carabinieri della Sezione Operativa del NORM della Compagnia di Cerignola hanno quindi eseguito alcuni giorni addietro la misura della custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Bari, che ha così condiviso le risultanze investigative espresse dalla Procura della Repubblica di Foggia, notificandogli il provvedimento presso la casa circondariale di Foggia, dove l’andriese si trovava già detenuto per altra causa.

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