Costringevano donne a prostituirsi e a derubare i clienti, l'altro business del marciapiede: 5 fermi

E' quanto scoperto dai carabinieri di Foggia al termine di una indagine che ha individuato una organizzazione dedita allo sfruttamento della prostituzione nel tratto di strada tra la rotonda di via Napoli e quella di via Lucera

Una immagine del blitz

Un doppio giro di affari, un doppio filone di guadagno. Entrambi illeciti, ovviamente: da una parte lo sfruttamento della prostituzione, dall’altro quello delle rapine ai danni di clienti e avventori che, temendo di svelare le loro abitudini sessuali, non denunciavano l’accaduto o ne riportavano versioni parziali o molto distanti dalla realtà dei fatti.

E’ quanto scoperto dai carabinieri della compagnia di Foggia al termine di una indagine che ha portato al fermo di cinque uomini, tutti di nazionalità albanese e rumena, dediti allo sfruttamento della prostituzione, ai furti e alle rapine in danno di clienti delle meretrici. Le indagini sono partite dai numerosi episodi di furti e rapine compiuti in danno di automobilisti sulla tangenziale di Foggia. Episodi - una ventina quelli accertati nell’ultimo mese - che si verificavano sempre in prossimità delle piazzole di sosta occupate dalle lucciole. In breve, le indagini hanno portato alla luce l’esistenza di una vera e propria organizzazione che “gestiva” le donne sul tratto di strada tra la rotonda di via Napoli e quella di via Lucera, alla periferia di Foggia.

Per gli inquirenti, al vertice di tale organizzazione vi era un soggetto di nazionalità albanese (Eraldo Jaholli di 27 anni), che stabiliva le piazzole di sosta della S.S. 673 dove le donne, tutte di nazionalità rumena, dovevano esercitare la loro attività. Gli altri componenti dell’organizzazione, tutti fermati, sono di nazionalità rumena (Gheorghe e Sandu Matei di 24 e 34 anni, e Daniel Ciprian Gale di 23), ognuno dei quali gestiva una singola donna con le quali, in alcuni casi, erano anche legati da relazioni sentimentali, appropriandosi dei relativi guadagni. Questi ultimi dovevano corrisponderne una parte dei profitti al capo dell’organizzazione, individuato in Eraldo Jaholli.

L’agevolazione dell’attività di meretricio avveniva, invece, accompagnando le donne sui luoghi di lavoro, rifornendole di preservativi e della legna utilizzata per alimentare i fuochi utilizzati per riscaldarsi e per attirare l’attenzione dei clienti. Le indagini hanno consentito di accertare, però, che la principale fonte di guadagno per l’organizzazione non erano le prestazioni sessuali a pagamento - per le quali il prezzo standard stabilito era quello di 20 euro - bensì il ricavato dei furti compiuti dalle ragazze, su istigazione dei loro sfruttatori, nei confronti dei clienti ai quali, durante la consumazione dei rapporti sessuali, senza che gli stessi se ne accorgessero, veniva sottratto il portafogli contenente denaro contante e carte di credito e, in una circostanza, è stato accertato anche il furto di una collana in oro.

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I clienti, resisi conto dei furti subiti quando ormai avevano già lasciato le ragazze, spesso hanno preferito non denunciare l’accaduto, per timore di dover svelare le loro abitudini sessuali e, quando lo hanno fatto, hanno fornito versioni discordanti con quanto emerso nel corso delle indagini, poiché affermavano di essere stati rapinati mentre si erano fermati a prestare aiuto a ragazze in difficoltà o mentre si erano fermati per bisogni fisiologici. Grazie all’attività d’indagine, in alcuni casi, si è giunti al recupero delle carte di credito asportate ai clienti, spesso riposte nel portamonete insieme al relativo codice pin, in barba a tutte le norme di sicurezza.

Secondo quanto accertato nel corso delle indagini, il compito degli uomini in questa attività criminale era correre, eventualmente, in aiuto delle donne, nel caso in cui i clienti, accortisi dei furti, cercavano di farsi restituire il maltolto. Questo spiega perché, in molti casi, le vittime hanno raccontato di essere state rapinate da uomini con accento dell’est europeo. Raccolti quindi gli indizi di colpevolezza, il pm della Procura di Foggia Alessio Marangelli ha ritenuto opportuno emettere nei loro confronti un decreto di fermo d’indiziato di delitto, che è stato eseguito proprio mentre gli indagati stavano conducendo le loro donne sui luoghi di lavoro o controllavano  il loro operato, transitando continuamente sul tratto di strada da loro gestito.

Nel corso dell’operazione, in compagnia dei soggetti colpiti da provvedimento di fermo, è stato anche rintracciato un quinto soggetto (Marian Matei di 36 anni), identificato come uno degli autori di una rapina compiuta qualche giorno prima in danno di un automobilista, che aveva dichiarato di essere stato aggredito e rapinato del portafogli, dopo essersi fermato a soccorrere delle ragazze in difficoltà, rivelatesi poi prostitute intenzionate a derubarlo. L’uomo, nonostante non fosse compreso tra i soggetti colpiti da fermo, è stato arrestato per evitare che - dopo il fermo dei suoi sodali - potesse rendersi irreperibile. 

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