Operazione Rinascimento: 18 arresti a Monte Sant'Angelo, tre insospettabili

Favorirono la latitanza di Pacilli, smantellata la rete di insospettabili fiancheggiatori. Tra i 18 anche persone al di sopra di ogni sospetto: il barbiere del paese, un dipendente comunale e un maresciallo dell'esercito

Un'immagine del blitz

E’ la “fase tre” del lavoro che da tempo la Squadra Stato – così come ama definirla il procuratore antimafia, Antonio Laudati – sta svolgendo sul territorio del Gargano. Dopo aver assicurato alla giustizia, lo scorso 13 maggio, il latitante Giuseppe Pacilli (il 39enne ritenuto vicino ai Li Bergolis, nella lista dei 30 ricercati di massima pericolosità), e dopo aver contrastato con ogni mezzo il clan mafioso di riferimento e tutte le attività che ne garantivano il controllo del territorio (è il caso dell’operazione “Medioevo” che ha liberato dall’incubo del ‘pizzo’ gli imprenditori garganici), la “Squadra Stato” ha smantellato la rete di fiancheggiatori che ha favorito per oltre due anni la sua latitanza, nel suo feduo, il territorio garganico.

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Si tratta dell’esito della complessa indagine conclusa all’alba di oggi nel “triangolo” tra Monte Sant’Angelo, Manfredonia e Vieste, dove il personale della squadra mobile di Foggia, di Bari e del Servizio Centrale Operativo ha eseguito 18 fermi di indiziato di delitto emessi dalla D.D.A. di Bari, nei confronti di altrettanti indagati ritenuti responsabili, a vario titolo, di estorsione, porto e detenzione abusiva di armi, favoreggiamento personale, procurata inosservanza di pena ed altri gravi reati.

Tra loro figurano anche alcuni insospettabili: un maresciallo dell’esercito, il barbiere del paese, un dipendente comunale: si tratta di persone incensurate, apparentemente “al di sopra di ogni sospetto” ma accomunate a tutte le altre per aver offerto il proprio appoggio incondizionato con l’aggravante “dell’aver agito con tipiche modalità mafiose”.

Un’indagine svolta “ascoltando l’asfalto”, mettendo insieme in un unico racconto tante piccole storie; storie di singoli, apparentemente insignificanti, ma assolutamente rilevanti all’interno del fenomeno criminale.

Le indagini, infatti, hanno contribuito a scardinare una delle modalità tipiche utilizzate dalla criminalità organizzata per auto-finanziarsi attraverso il profondo condizionamento delle attività imprenditoriali e legali: l’imposizione del “pizzo”.

Le condotte estorsive, infatti, servivano per mantenere il controllo del territorio, per sostenere i costi della latitanza e assicurare al circuito criminale di riferimento una fonte “reddituale” extralegale, di cui appare assolutamente chiara la connotazione mafiosa, ormai storicamente riconosciuta.

E’ emerso, quindi, chiaramente come il Gargano fosse assoggettato ad una radicata organizzazione mafiosa; vittima designata la piccola imprenditoria, quella che di regola dovrebbe “muovere” l’economia locale.

Si tratta di estorsioni invasive, o meglio, “ambientali-inclusive”, di protezione. E’ un meccanismo perverso attraverso il quale penetrare nel territorio, modificare l’humus culturale, minare la fiducia nelle istituzioni.

E’ così che ognuno offriva la propria collaborazione, attiva e passiva, al latitante offrendo asilo, assistenza, confort di ogni genere, diventando latore di messaggi. Non c’era bisogno di un unico rifugio perché l’intero territorio garganico – il “feudo” – diventava rifugio: sarebbe stato possibile cambiare abitazione anche ogni notte, spiegano gli inquirenti, farsi ospitare in bed & breakfast che, per l’occasione, non avrebbero accettato prenotazioni da altri clienti; era possibile comunicare con l’esterno grazie alla rete di collaboratori fedeli cui affidare “pizzini” senza essere traditi da diavolerie tecnologiche e rintracciabili, attraverso i quali mantenere in vita gli “affari” all’interno di un territorio che – per certi versi –  ha mantenuto intatti i tratti tipici della società rurale dove il vincolo di amicizia e fedeltà è più profondo di quello di parentela.

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